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Best albums of 2018
Il 2018 è stato caratterizzato dalla consacrazione della trap e dalla sempre più ripida caduta di tutto ciò che un tempo veniva suonato con basso-chitarra-batteria. Forse proprio a causa di questo trend, il formato dell’album sta perdendo quota per fare più spazio ai singoli, tornando di fatto alle origini degli anni ‘50 e ‘60. Mai come oggi, quindi, stilare una classifica dei 10 dischi migliori dell’anno perde un po’ di significato, ma chi ancora ama immergersi nell’ascolto di un prodotto a tutto tondo piuttosto che di singoli brani potrà trovare conforto nelle prossime righe.
Ps: per chi fa parte dell’altra categoria, invece, di seguito alcune playlist di brani usciti quest’anno suddivise per genere:
1. R&B: https://open.spotify.com/playlist/0IjkR51SckMkNCBcRnPnKO
2. Dance: https://open.spotify.com/playlist/0Px0DDQ9BGJHSem9NZCEPF
3. Rap/Trap: https://open.spotify.com/playlist/4MMmIzn12nRkyhGZINeZdT
4.Rock/Punk: https://open.spotify.com/playlist/1mfNnGmH2ZmOqbga0kOwYE
5. Indie: https://open.spotify.com/playlist/6zLmVx7xpNfKfX5i5zLLiG
6. Soft: https://open.spotify.com/playlist/6nKGclWTKGko5xN30PkhQ2
1. SUPERORGANISM - SUPERORGANISM (Domino)

Genere: Pop, Indie, R&B
I Superorganism sono una delle cose più pazze uscite quest’anno: un collettivo di sette ragazzi provenienti da Stati Uniti, UK e Australia che si trovano a vivere nello stesso appartamento londinese e che un po’ per caso decidono di metter su un progetto difficilmente inquadrabile in un genere musicale, assimilabile solo a una manciata di band come Avalanches, Chumbawamba e The Go! Team. La prima caratteristica bizzarra è la formazione, costituita da un batterista, un chitarrista, un tastierista, 3 coristi/ballerini e una cantante, di nome Orono, che a vederla sul palco al primo impatto sembra una bimba delle elementari alla recita di Natale. La cosa che stupisce maggiormente è che invece sul palco ci sa fare parecchio, rendendo il loro show dal vivo un vero e proprio spettacolo di intrattenimento.
Tutto ciò fa da contorno a una musica che mischia indie, R&B, electro pop molto allegro, campionamenti di ogni tipo e una voce quasi assopita e scazzata della piccola Orono che rende il tutto ancora più lisergico e assurdo. L'elemento che rende questo disco memorabile, comunque, è il fatto che la band non si sia limitata a fare un album che suonasse strano, ma ha prestato molta attenzione anche alla riuscita dei singoli pezzi, che sono infatti tutti molto orecchiabili, tra cui i migliori sono sicuramente ‘Something for your M.I.N.D.’, ‘Everybody wants to be famous’, ‘SPRORGNSM’, ‘Nightime’ e ‘The prawn song’. Rimane solo da sperare che non sia solo un progetto nato e finito per caso, ma che ci sia un percorso degno di questo grande inizio.
Ascolta anche:
- The Avalanches: Wild Flower (2016)
- The Go! Team: Semicircle (2018)
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2. TASH SULTANA - FLOW STATE (Lonely Land Records)

Genere: Rock, Indie, Soul
Tash Sultana è una ragazza australiana di soli 23 anni che nell’ultimo anno ha visto la sua fama letteralmente esplodere grazie al suo album di esordio Flow State. A dire il vero, si è fatta notare ben prima dell’uscita del disco, tanto da essere stata la prima artista a fare 3 date sold out alla Brixton Academy di Londra senza aver pubblicato mai un album.
Una delle particolarità di questo progetto la si ritrova nel fatto che siamo davanti ad una one man band (o meglio, one girl band) con un’attitudine ‘da strada’, dove l’artista australiana si cimenta principalmente in riff di chitarra, basi di batteria elettronica e tastiere. Proprio questa esigenza di poter portare dal vivo uno show in solitaria rende la struttura delle sue canzoni quasi obbligata, con un riff o arpeggio di chitarra ostinato blueseggiante, una loop di batteria, vari assoli ricchi di effetti e tendenti alla psichedelia e delle ottime melodie cantante dalla sua bellissima voce graffiata. I pezzi sono tutti molto ipnotici e introspettivi e tra i più memorabili ci sono ‘Big Smoke’, che strizza l’occhio al reggae, ‘Cigarettes’, forse il pezzo meglio riuscito del disco e con sonorità spiccatamente R&B e ‘Salvation’.
Sicuramente non un disco adatto all’ascoltatore ‘mordi e fuggi’, anche a causa della durata di un’ora, ma veramente molto valido per far viaggiare la mente.
Ascolta anche:
- Alanis Morrissette: Jagged Little Pill (1995)
- Bon Iver: Bon Iver (2011)
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3. TINY MOVING PARTS - SWELL (Triple Crown Records)

Genere: Punk Rock, Math rock
Questo album vi fulminerà sin dal primo ascolto. Di dischi punk degni di nota ormai non se ne sentono molti, ma per fortuna i Tiny Moving Parts sono riusciti a tenere alta la bandiera anche nel 2018.
I Tiny Moving Parts sintetizzano perfettamente abilità tecniche fuori dal comune per una band punk rock, che infatti talvolta sfocia del math rock con cambi di tempo improvvisi e arpeggi al limite dell’impossibile, una grande furia punk con venature emo e una spiccata capacità nello scrivere melodie molto efficaci da cantare a squarciagola, come nei due pezzi che aprono il disco, ‘Applause’ e ‘Smooth it out’.
Dopo lo spettacolare ‘Celebrate’ del 2016, con questo terzo lavoro in studio il trio del Minnesota continua tuttavia a non avere il successo che si merita: la band può infatti definirsi ancora piuttosto sconosciuta nonostante la tanta gavetta, migliaia di chilometri macinati su un furgone e centinaia di date in giro per il mondo. A proposito di date: fatevi un favore e andate a sentirli dal vivo.
Ascolta anche:
- Tiny Moving Parts: Celebrate (2016)
- Touché Amoré: Stage Four (2016)
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4. POST MALONE - BEERBONGS & BENTLEYS (Republic Records)

Genere: Hip Hop, Trap, Pop
Sarà superficiale, banale, scontato, ma non posso proprio farci nulla: a me Post Malone piace, e anche tanto. Questo album non ha le pretese di cambiare le sorti della musica anche se, nel suo piccolo, Post Malone con il suo mix tra emo e trap ha contribuito a rendere popolare un genere che, sebbene molte persone probabilmente non ne sentissero il bisogno, sta letteralmente facendo impazzire qualunque piattaforma di streaming o classifica di vendita. La particolarità di Austin Richard Post (questo il suo vero nome) sta nell’accostare ritmi trap, quindi tendenzialmente lenti ma molto marcati, ad una melodia che richiama la scena pop punk/emo dei primi 2000, cantata con un uso molto moderato dell’autotune, lasciando quindi spazio alla sua voce un po’ scazzata, che non è affatto male. Le sonorità inoltre si discostano parecchio rispetto a quelle tipicamente ‘gangsta’ di artisti come Migos, Travis Scott, Future, ecc., e trasmettono invece una gran voglia di fare festa.
Il disco colpisce fin dal primo ascolto per la quantità di hit di cui è composto: dalla opening track ‘Paranoid’ alle mie tracce preferite del disco ‘Rich & Sad’ e ‘Candy Paint’, a ‘Zack and Codeine’, al successo planetario dello scorso anno ‘Rockstar’ fino ai successi planetari di quest’anno ‘Psycho’ e ‘Better now’. C’è persino spazio per una ballad acustica, ‘Stay’, anche questa confezionata alla perfezione.
Insomma, ci ho provato a non farmi piacere questo album, credetemi. Ma ogni volta che parte l’intro di ‘Better now’ non posso far altro che farmi venire un sorriso a 32 denti, cominciare a saltare e cantare a più non posso. Se dovessi trovare una colonna sonora al 2018, sarebbe senza dubbio questa.
Ascolta anche:
- XXXTENTACION: ? (2018)
- Lil Peep: Come On Over When You’re Sober, Pt. 2 (2018)
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5. BROCKHAMPTON - IRIDESCENCE (RCA)
Genere: Hip Hop, R&B
‘The best boyband in the world after One Direction’. Così si auto-definiscono i BROCKHAMPTON, collettivo Texano che in soli due anni ha prodotto ben 4 album (3 nel 2017 e uno nel 2018) e una manciata di singoli. Lo stile della band ruota attorno all’hip hop e ne esplora poliedricamente ogni sua sfaccettatura: dall’hardcore hip hop di ‘Berlin’ e ‘J’Ouvert’, alla trap di ‘Where the cash at’, all’emo-rap di ‘San Marcos’ (brano da pelle d’oca), all’R&B di ‘Something about him’, al soul di ‘Thug Life’ fino alla breakbeat anni 90 di ‘Weight’.
Tra le particolarità della band ci sono sicuramente il fatto di essere un collettivo di 6 vocalist (e altrettanti tra producer, designer, DJ), ognuno con una voce e una personalità molto diverse e riconoscibili rispetto agli altri, che contribuiscono a rendere questo album molto eterogeneo ed affascinante. Il filo conduttore che unisce tutti i membri della band è l’incredibile carica che portano sul palco: ogni canzone è una festa e rimanere fermi è praticamente impossibile.
Ascolta anche:
- BROCKHAMPTON: Saturation III (2017)
- Young Fathers: Black Men Are White Men Too (2015)
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6. TWENTY ONE PILOTS - TRENCH (Fueled by Ramen)

Genere: Indie, Pop, Rap
Con il loro quinto album in studio, i twenty one pilots fanno un grande salto di qualità. Se il precedente ‘Blurryface’ li ha consacrati come una delle band rock-pop più cool del pianeta, con Trench la band trova un sound più coeso grazie ad un ottimo bilanciamento di hit da radio condito dalla fantasia e dall’ecletticità compositiva del duo, senza dubbio una delle loro qualità dominanti. In questo album la band infatti sperimenta contaminazioni sonore che vanno dall’hard rock di Josh Homme, all’indie rock di Black Keys e Tame Impala, passando da ballate pop, basi rap, ritmi reggae e batterie elettroniche. Il risultato è molto convincente.
Fin dalle prime note della opening track Jumpsuit, basata su un riff di basso distorto che richiama un rock mainstream stile QOTSA e Arctic Monkeys, si intuisce il cambio di direzione rispetto ai lavori precedenti. Procedendo con l’ascolto si passa dal rap ipnotico di Levitate, ai singoloni indie rock Morph, My Blood e Chlorine per poi sterzare verso atmosfere più distese in Smitherens e Neon Gravestones, con un bellissimo giro di piano sopra ad un loop di batteria elettronica. C’è poi ancora spazio per un paio di pezzi da radio The Hype e Nico and the Niners, per poi chiudere il disco con brani cupi, lenti e introspettivi, con temi quali insicurezze, sanità mentale, suicidio e fede.
Dulcis in fundo, una nota sui loro spettacoli dal vivo: una band come questa non si può apprezzare in pieno finché non la si vede suonare live. Il Bandito Tour sta portando in giro per il mondo uno show pazzesco, e la cosa che più colpisce è la facilità con cui Tyler, il cantante, si destreggia anche all’interno dello stesso brano tra basso, pianoforte, ukulele, canto e rap, mantenendo sempre altissimo il coinvolgimento del pubblico. Uno show veramente emozionante che consacra i TOP tra le band alternative più interessanti degli ultimi anni.
Ascolta anche:
- Twenty One Pilots: Blurryface (2015)
- AWOLNATION: Here come the runts (2017)
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7. TURNSTILE - TIME & SPACE (Roadrunner Records)

Genere: Hardcore punk, Crossover, Alternative rock
La prima volta che vidi i Turnstile ero ad un festival e non li avevo mai sentiti nominare. Dopo mezz’ora di concerto, il mio primo pensiero è stato: ‘un concerto così pazzesco difficilmente lo rivedrò (in realtà non ho potuto fare a meno di rivederli altre due volte, ndr). Il mix di hardcore punk e crossover della band di Baltimora crea infatti una miscela esplosiva che abbatte completamente le barriere tra palco e pubblico: stage diving e crowd surfing sono l’unico modo in cui è possibile sopravvivere alle botte che altrimenti si prenderebbero all’interno del circle pit.
Con il terzo lavoro in studio, i Turnstile riescono tuttavia a farsi notare anche al di fuori del circolo da festival hardcore punk, includendo più melodia, riverberi ed effetti ai loro brani, così da rendere il sound più particolare e sfaccettato. Time & Space infatti riesce ad unire i riff dei Rage Against the Machine e la furia degli Every Time I Die ad atmosfere più introspettive tipiche dei ‘90 che ricordano Deftones, Nirvana, 311 e i Bad Brains di I Against I. Pezzi come la opening track ‘Real Thing’, ‘Generator’ e ‘Moon’ ne sono l’esempio lampante.
Il risultato è sicuramente non adatto ai deboli di cuore, ma allo stesso tempo molto interessante per la sperimentazione di sonorità che nessuna band attualmente sulla scena offre.
Ascolta anche:
- Bad Brains: I Against I (1986)
- Stray from the Path: Only Death is Real (2017)
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8. JANELLE MONAE - DIRTY COMPUTER (Bad Boy Records)

Genere: R&B, Soul, Pop
Janelle Monàe è una ragazza di 33 anni con una personalità dirompente che marchia a fuoco ogni brano del suo terzo album in studio, grazie al quale è stata catapultata in cima alle classifiche di mezzo mondo e ha ottenuto 2 nominations ai prossimi Grammy Awards.
Il disco è un inno alla libertà di espressione e all’orgoglio di essere una donna di colore bisessuale (lei si definisce tecnicamente ‘pansexual’), non nascondendone le relative difficoltà. In ‘I Like That’, Janelle Monàe infatti canta: ‘I like that, I don’t give a fuck if I’m the only one who likes that’. I pezzi più rappresentativi di questo suo manifesto sono senza dubbio ‘Crazy, Classic, Life’, ‘Screwed’, ‘I Like That’ e ‘Pynk’, nella cui performance dal vivo Janelle Monae e il corpo di ballo sono vestiti da...una cosa ‘rosa’ e femminile, diciamo, giusto per non lasciare nulla sottointeso.
Musicalmente l’album viaggia su sonorità soul e R&B, con brani molto distesi come la opening track ‘Dirty Computer’ e ‘I Like That’, più incalzanti come ‘Crazy, Sexy, Life’ e ballabili come ‘Screwed’ e ‘Make Me Feel’, che strizza l’occhio a Prince. Ottima anche la produzione, che vede una serie di guest come Brian Wilson (Beach Boys), Grimes, Zoe Kravitz e Pharrell Williams.
Ascolta anche:
- Beyoncé: Lemonade (2016)
- Jill Scott: Woman (2015)
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9. SALMO - PLAYLIST (Sony)

Genere: Rap, Hip Hop
Su Salmo è inutile fare presentazioni: in Italia non c’è nessuno che faccia rap come lo fai lui, punto. Dopo il capolavoro del 2016 Hellvisback, con questo nuovo lavoro il rapper sardo conferma di essere un fuoriclasse di scrittura, rime e flow, grazie ai quali ha battuto ogni record piazzando tutti i brani del disco in classifica. E non dimentichiamo che è anche un personaggio piuttosto particolare: per la promozione del disco infatti ha avuto trovate di marketing bizzarre come aprire un canale su PornHub, pubblicare un suo video su Netflix e suonare in strada a Milano vestito da senzatetto.
I temi del disco sono principalmente incentrati sulla situazione attuale in Italia, ricchezza, fama, scena rap italiana e, ne ‘Il cielo nella stanza’, c’è addirittura spazio per una testo d’amore, tema inedito nel quale il rapper si mette totalmente a nudo, peraltro con ottimi risultati. Gli altri pezzi meglio riusciti del disco sono senza dubbio il primo singolo ‘90 min’, ‘Stai zitto’, ‘Cabriolet’ e ‘Perdonami’, che oltre alle rime sparate all’impazzata si fanno notare per delle ottime basi, per lo più suonate da una band reale e non semplicemente prodotte a computer.
Se si potesse sintetizzare questo disco in una frase, sarebbe quella del ritornello di ‘Cabriolet’: ‘a scuola se ti chiedono il futuro dov’è, digli ‘presente’’.
Ascolta anche:
- Salmo: Hellvisback (2016)
- Skepta: Konnichiwa (2016)
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10. THE GO! TEAM - SEMICIRCLE (Memphis Industries)

Genere: Pop, Indie, R&B
I The Go! Team sono una band inglese attiva ormai da una quindicina d’anni che parte da una base indie rock per poi sperimentare un sound molto particolare fatto di tanti campionamenti, trombe, sitar, ritmi ballabili, drum and bass, glockenspiel e un sacco di altri strumenti, richiamando molto un certo tipo di pop anni ‘90 di cui i Chumbawamba erano capostipiti.
Tra i brani migliori del disco rientrano sicuramente ‘Semicircle Song’, la cui ottima melodia vocale è sostenuta solamente da batteria, percussioni e una banda di fiati, ‘Hey’ e la sua linea di basso distorto e fiati che sfocia nel funk rock di Red Hot Chili Peppers e soci, ‘All the way live’ che accosta una strofa drum and bass rappata in stile Sugarhill Gang ad un ritornello molto melodico, fino a ‘If there’s on thing you should know’, che per ritmo e sonorità potrebbe tranquillamente essere la sigla di un videogioco giapponese.
Insomma, un disco frivolo, multi-sfaccettato, eterogeneo e festaiolo che vi metterà di buon umore.
- The Avalanches: Wild Flower (2016)
- Superorganism: Superorganism (2018)
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Best albums of 2017
Anche quest’anno è giunto il momento di tirare le somme eleggendo i dischi più interessanti del 2017. Come prevedibile, la black music regna sovrana in ogni sua forma, dall’R&B al Soul all’Hip Hop. La musica suonata e “rumorosa” è ormai un ricordo del passato: belle canzoni ce ne sono state, ma raramente dischi massicci e compatti, belli dall’inizio alla fine.
Ad accompagnare la lettura, 5 playlist ognuna con un mood e un tema differente:
- Chillout R&B: https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/5ljPEGuYVFGdkvrnALJxmH
- Dancing R&B: https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/26tPmnaDsJ8VbGYbVSpXLu
- Hip Hop/ Trap: https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/3T4tl0iyxpsTjWiMZjLMmQ
- Indie: https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/60ZCjppJ1HWnVRwQKq1bW0
- Hard Rock/ Punk: https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/4T6PR5RgtQNtiQ60N3BrvG
1. KENDRICK LAMAR - DAMN. (Top Dawg Entertainment)

Genere: Hip Hop, Neo-Soul
Provate ad ascoltare tutti gli album di Kendrick Lamar uno dopo l’altro e vi accorgerete dell’incredibile differenza ed evoluzione che l’artista di Compton ha intrapreso da Section.80 del 2011 all’ultimo DAMN: non un album simile all’altro, Kendrick Lamar definisce i parametri dell’hip hop e del pop moderno, a cui tutti non possono fare altro che adeguarsi.
Con il capolavoro To Pimp a Butterfly del 2015 K.dot aveva dato sfogo alla fantasia mixando una miriade di generi diversi come una furia impazzita ed invitando altrettanti musicisti del panorama jazz Losangelino (Kamasi Washington, Thundercat, Terrace Martin, etc.), aprendo di fatto la strada ad una nuova epoca per un genere che fino a quel momento era sostanzialmente stagnante. Con questo nuovo lavoro, invece, Kendrick ci dimostra di essere il numero 1 (o, come piace dire a lui, il “1 through 5″) anche con basi più distese, scarne ed essenziali, sempre perfettamente pulsanti ed efficaci e quasi eliminando i featuring nonostante il genere solitamente ne sia pieno. In questo modo, la sua voce nasale, il suo flow incredibile e le sue rime ambiziose sono i veri protagonisti di questo disco.
Il disco sembra costruito in maniera circolare (tanto che è appena uscita la versione speciale con la tracklist al contrario): nella traccia no. 1, Blood, viene raccontata una breve “parabola” di una donna cieca a cui viene offerto aiuto, ma che si rivela un’omicida e spara al narratore; l’ultima traccia, Duckworth, è forse uno dei brani più riusciti dell’album, e parla dell’incontro tra il padre di KL e il boss dell’etichetta Top Dawg Enertainment, 15 anni prima che KL firmasse per lui. E così, il disco si conclude in maniera circolare, appunto:
“Whoever thought the greatest rapper Would be from coincidence Because if Anthony killed Ducky Top Dawg could be servin' life While I grew up without a father and die in a gunfight” (gunshot)
Tra questi due episodi di “morte”, tutto l’intreccio del disco, che tocca temi in antitesi come orgoglio e umiltà, amore e lussuria, fede e paura: si passa dalla condizione di americano di colore in DNA, al panorama hip hop e alle critiche velate a Drake in Element, alla lealtà e umiltà ma anche all’orgoglio della triade Loyalty (feat. Rihanna), Pride, Humble. E chi dice che i rapper sono tutti dei duri? Kendrick Lamar si mette a nudo con brani come la dolcissima Love (feat. Zacari) e Fear, in cui ci racconta tutte le sue paure di bambino, adolescente e adulto. E come non citare XXX, improbabile featuring con gli U2 (ripresa poi dagli stessi U2 in American Soul, brano del loro nuovo disco)? Rimarrete shockati nell’apprendere che, invece, il pezzo fila veramente bene. Anzi, musicalmente è forse uno dei brani più interessanti del disco, grazie ai continui e schizofrenici cambi di tempo, mood e armonie che lo attraversano. Particolarmente riuscita è la seconda metà della prima strofa con una chitarra acida che ricorda molto quella di Tom Morello. Peraltro, questa struttura-senza-struttura dei brani la ritroviamo anche in DNA, in cui la seconda metà del brano vede KL letteralmente sputare rime a raffica sotto una voce mandata in un loop ossessivo, e la già citata Duckworth. Che sia il preludio ad una nuova esplorazione in ambito hip hop?
Rimanendo sul tema “musicale”, non si può non citare la perfezione con cui sono state costruite tutte le basi dei 14 brani. La particolarità di questo album sono i pulsanti beat di batteria uniti alla presenza di morbide note di piano o arpeggi di chitarra effettata in quasi ogni brano, che talvolta generano un contrasto con il mood duro del pezzo (vedi DNA), ma più spesso creano un’amalgama che difficilmente si ritrova in altri artisti (Element su tutte è la più riuscita in questo senso). L’unica analogia stilistica che salta alla mente è quella con il primo album solista del chitarrista dei The Internet, Steve Lacy, che guarda caso è anche produttore di un brano (Pride).
In definitiva, le attese per questo disco erano altissime e non sono state deluse, tanto che dal primo giorno di uscita è stato chiaro a tutti che ci si trovava di fronte ad un “instant classic”: avete presente quella sensazione che si prova davanti ad un’opera che apparentemente sembra molto semplice e lineare, ma che forse proprio per questo genera nello spettatore una sensazione di maestosità, classe ed eleganza? Ecco, questo è l’effetto che vi farà DAMN., ascolto dopo ascolto, beat dopo beat, rima dopo rima.
Ascolta anche:
- Kendrick Lamar: Good Kid m.a.a.d. City (2013)
- Steve Lacy: Steve Lacy’s Demo (2017)
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2. THUNDERCAT - DRUNK (Brainfeeder)

Genere: Jazz, Fusion, R&B
Folle, pazzo, bizzarro, schizofrenico, eccentrico, imprevedibile, spaziale, ubriaco: questi sono gli aggettivi che meglio descrivono il personaggio di Stephen Bruner, A.k.a. Thundercat, e del suo ultimo, acclamatissimo lavoro: Drunk, appunto.
Prima di cominciare, vale la pena fare un breve excursus sulla sua vita. Nasce in una famiglia di musicisti: il padre ha suonato con Diana Ross e i Temptations, i due fratelli Ronald e Jameel sono entrambi ottimi musicisti della scena di Los Angeles, rispettivamente alla batteria e alle tastiere. Si fa le ossa suonando il basso nei Suicidal Tendencies assieme al fratello Ronald, per 10 anni (da quando ne aveva 16!). Raggiunta la “maturità artistica”, si unisce a Flying Lotus e alla sua etichetta Brainfeeder nel 2011, e ci registra tre album, incluso questo. Nel mentre, suona da session man in alcuni tra gli album più di successo degli ultimi anni, tra cui To Pimp a Butterfly, The Epic, Cosmogramma, GO:OD AM. Insomma, un curriculum da fare invidia a chiunque.
Ma torniamo a Drunk: il marchio di fabbrica della Brainfeeder è molto chiaro, come del resto lo era anche nei lavori precedenti: tanti suoni elettronici e “spaziali”, tastiere fusion, funk a palate, atmosfere da trip. Ma la vera particolarità del suo stile sta nella centralità del suo basso a sei corde: Thundercat è un virtuoso, e gli piace sbattere in faccia all’ascoltatore tutta la sua bravura. Ma lo fa con una tale esagerazione che spesso sfocia nella goliardia, di fatto alleviando il senso di stucchevolezza che si avrebbe altrimenti (vi dice qualcosa il nome Frank Zappa?). Prendiamo ad esempio i brani Captain Stupido e Uh Uh: già dal titolo si capisce che abbiamo a che fare con un personaggio che forse non ha tutte le rotelle a posto. Ascoltandoli.. beh, ne arriva la conferma.
Anche la struttura stessa dell’album è di per sé abbastanza folle: 23 brani, alcuni molto brevi ma in generale quasi mai sopra i 3 minuti. Una accozzaglia di suoni e virtuosismi senza un fine? No. Forse nei lavori precedenti, nei quali Thundercat non aveva messo propriamente a fuoco le sue abilità da songwriter, se non con il brano Them Changes che infatti ritroviamo anche in questo album. Ma in Drunk le cose sono cambiate: sebbene sia un disco non di facile ascolto e molto frammentato, i pezzi sono sicuramente più centrati: il funk spaziale di tutti i lavori di George Clinton unito alla folle ironia di Frank Zappa, alle melodie smooth di Stevie Wonder, al virtuosismo dei Weather Reaport e all’elettronica caleidoscopica di Flying Lotus. Se avete voglia di ascoltare qualcosa di particolare, prendetevi 52 minuti della vostra vita e immergetevi in questa amabile follia.
Ascolta anche:
- Stevie Wonder: Innervisions (1973)
- Parliament: Funkentelechy Vs. The Placebo Syndrome (1977)
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3. ODDISEE - THE ICEBERG (Mello Music Group)

Genere: Rap, Funk, Neo-Soul
Oddisee è uno degli artisti più sottovalutati della scena hip hop di oggi. E anche uno dei più prolifici, considerando che dal 2005 ad oggi ha fatto uscire la bellezza di 25 tra album, mixtape ed EP. Con questo disco arriva (forse?) la consacrazione nel mondo dell’hip hop che conta.
La sua formula ha un caposaldo: una live band, “The Good Company”, di una bravura impressionante (andate a sentirli dal vivo e lo potrete constatare con le vostre orecchie), su cui Oddisee rappa in modo fluido di temi sempre molto impegnati quali la politica, il razzismo, la cultura “black”, il riscatto dato dal successo.
Musicalmente, i brani riprendono il rap-neo-soul in stile Goldlink, come in Let’s get into it e Things, quest’ultima senza dubbio la più coinvolgente grazie alla ritmica molto sostenuta e ballabile; ma sono anche ancorate alla tradizione di rap-jazz anni ‘90 di Rootsiana memoria (vedi Hold it back e NNGE). Il mix che ne deriva non è sicuramente nulla di innovativo, ma d’altronde sono in pochi a poter dire di esserlo veramente. Tuttavia funziona davvero bene ed è senza dubbio uno degli esempi migliori di mix tra novità e tradizione che siano usciti quest’anno in ambito rap.
Ascolta anche:
- Domo Genesis: Genesis (2016)
- Goldlink: And After That, We Didn’t Talk (2015)
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4. SAMPHA - PROCESS (Young Turks)

Genere: Neo-Soul, Indie, Elettronica
Chi l’ha detto che la black music è un affare esclusivamente americano? La storia ci insegna che da sempre l’Inghilterra è stata forse la fucìna migliore di talenti di black music in senso lato, quasi sempre suonata da bianchi: dagli anni 60 col blues di Rolling Stones, Cream e Led Zeppelin, agli anni 80 con il two-tone ska di Madness e Specials, fino ad arrivare ai giorni d’oggi con l’ondata di neo-soul e grime che sta tenendo testa a quanto succede oltreoceano: Jack Garratt, NAO, James Blake, King Krule, Mura Masa, Skepta, Stormzy, solo per citarne alcuni. E Sampha, ovviamente, una delle novità più belle di questo 2017.
Che poi, a dirla tutta, Sampha non è così nuovo al mondo del music business: nel 2013 un certo Drake, accortosi delle spiccate doti dell’artista di South London, lo invita a produrre un suo brano. Un paio di anni dopo, Kanye West fa altrettanto, e poi ancora Solange Knowles per il suo fortunatissimo album A Seat at the Table dello scorso anno. Nel mentre, Sampha attraversa un periodo piuttosto buio, ovvero quello della battaglia contro il cancro della madre, purtroppo persa a fine 2015. Ed è stato proprio lui, tra tutti e 5 i fratelli, a prendersene cura, essendo quindi costretto a scrivere i brani nei ritagli di tempo, ragion per cui l’album ha tardato ad arrivare. Ma una volta arrivato, si è fatto sentire, eccome.
Questo inevitabile sentimento di smarrimento attraversa quindi tutti e 10 i brani che compongono il suo primo lavoro in studio, sia nei testi che nel mood, culminando nella struggente No One Knows Me Like the Piano, un brano piano e voce di una delicatezza e dolcezza infinita, il cui incipit recita “No one knows me like the piano in my mother’s home“. In questo brano, l’espressività della sua splendida voce soul unita al suono di un vecchio pianoforte che rasenta la scordatura (chi ne ha mai ascoltato uno sa di cosa sto parlando) sarà in grado di farvi emozionare nel profondo.
A parte il singolo Blood on Me, che insieme al pezzo sopra citato è senza dubbio il migliore del disco, gli altri brani sono tutti molto dilatati, sognanti ed introspettivi, complice l’estensivo utilizzo di tastiere, pad e suoni ambient, sui quali Sampha veleggia con la sua voce caldissima e perfettamente riconoscibile. Proprio questa caratteristica di aver “scomposto” la musica alla sua essenza dando poco risalto alla ritmica nonostante si tratti di un disco soul, lo fa ricondurre al Frank Ocean di Blonde, che con Process ha in comune anche una sensibilità, finezza ed eleganza non da tutti (che oltre a Frank Ocean probabilmente solo Bon Iver può vantare oggi).
Vale la pena menzionare che in questo anno magico, Sampha ha addirittura vinto il Mercury Prize come miglior album. E se lo merita tutto.
Ascolta anche:
- Frank Ocean: Blonde (2016)
- James Blake: Overgrown (2013)
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5. STORMZY - GANG SIGNS & PRAYERS (Merky Records)

Genere: Grime, R&B
Il nome di Stormzy negli ultimi due anni è stato particolarmente chiacchierato in rete, ancor prima che registrasse il suo primo album in studio. Nel 2015 sono infatti usciti un paio di singoli, Know me From e Shut Up, che hanno avuto decine di milioni di visualizzazioni in pochissimo tempo, contribuendo a dare al grime una notorietà anche oltre la Manica. Questo è ancora più incredibile se si pensa che Shut Up era un semplice video freestyle registrato live per strada insieme a tutta la sua Gang. La fortuna di Stormzy è continuata grazie ad una canzone scritta per il calciatore Pogba e fatta in collaborazione con Adidas, di cui Stormzy è testimonial.
A soli 22 anni, quindi, Stormzy si trova ad sssere già sulla bocca di tutti, e come sfruttare al meglio questa ondata se non facendo uscire il primo full lenght? L’album è molto lungo, e contro ogni aspettativa ci mostra due lati dell’apparentemente cattivissimo rapper londinese: una, quella che tutti si aspettavano, dura e cruda, con canzoni in perfetto stile grime come First Things First, Cold, Mr Skeng, Big for your Boots, Return of the Rucksack e Shut up che aderiscono allo stile dei colleghi Skepta e Wiley. La faccia più inaspettata, invece, è quella che lo vede interprete di ballate lente e quasi romantiche, come Blinded By Your Grace, Velvet, Cigarette and Cush (in collaborazione con Kehlani), che vanno in forte contrasto con il resto dell’album ma che sono comunque piacevoli. Questa attitudine ci mostra l’apertura di Stormzy ad un pubblico più ampio, e non sarei stupito se fosse questa la strada che il rapper intraprenderà in futuro (il featuring con Ed Sheeran è un altro grande segnale).
In conclusione, nonostante i pezzi siano ben fatti, forse in questo primo album la differenza tra le due facce dell’artista è ancora un po’ troppo netta, ma ci sono tutte le carte in regola affinché, nei prossimi lavori, riesca a trovare una quadra tale da crearsi un genere inedito e completamente personale.
Ascolta anche:
- Skepta: Konnichiwa (2016)
- Wiley: Godfather (2017)
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6. MURA MASA - MURA MASA (Polydor)
Genere: Neo-Soul, R&B, Hip Hop
Mura Masa è un genietto polistrumentista inglese classe ‘96 che, partendo dalla sua cameretta, ha conquistato la dancefloor di mezzo mondo con il suo mix di R&B, EDM, Funk ed elettronica. Con il suo disco d’esordio ci mostra tutto ciò di cui è capace con l’aiuto di una pletora di guests che fa invidia un po’ a tutti, vista la sua tenera età: A$AP Rocky, NAO, Damon Albarn, Designeer e Charli XCX solo per citarne alcuni.
13 brani di cui almeno 7 potrebbero essere potenziali numero 1 a Billboard: Messy Love, Nuggets, Love$ick, 1 Night, What if I go? e Firefly hanno tutte in comune un beat di cassa pulsante da dancefloor, suoni che rimandano ad atmosfere orientaleggianti e che talvolta strizzano l’occhio al raggeton, melodie accattivamenti e groove pazzeschi. Ma sia ben chiaro: la presenza di così tanti ospiti non oscura assolutamente il talento di Mura Masa: la sua bravura è infatti proprio quella di aver saputo plasmare un prodotto che prima di tutto avesse il suo marchio di fabbrica, servendosi delle guest solamente per potergli dare la luce. Un lavoro da vero produttore quindi, senza però dimenticare che siamo davanti anche ad un ottimo musicista: dal vivo infatti programma le basi, suona basso, chitarra e qualche percussione qua e là. Sentiremo parlare tanto di lui, questo è poco ma sicuro.
Ascolta anche:
- Calvin Harris: Funk Wav Bounces Vol. 1 (2017)
- Kehlani: SweetSexySavage (2017)
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7. RUN THE JEWELS - RTJ3 (Run The Jewels, Inc)

Genere: Trap, Hip Hop
Arriviamo al disco pazzo e festaiolo: i Run The Jewels sono un duo trap abbastanza improbabile a vedersi (Killer Mike armadio di colore alto due metri e largo altrettanto, El-P americano basso e tozzo), ma con un’attitudine e sound così accattivanti e tamarri che sono diventati uno dei gruppi hip hop più cool sulla piazza.
Stilisticamente l’album ricalca abbastanza i primi 2 capitoli della loro esistenza, tralasciando l’album di cover di sé stessi con voci di gattini, Meow The Jewels, a cui vale la pena dare un ascolto per farsi un’idea dei soggetti di cui stiamo parlando. Il sound è dunque piuttosto duro e scarno, con beat lenti e martellanti che favoriscono l’headbangin’ e qualche tastiera dissonante o sax qua e là, per creare un’aurea di cattiveria che svanisce subito quando li si va a sentire live: i due ragazzacci in realtà sono due simpatici patatoni (ma lo spettacolo è assicurato, non fraintendete).
Ascoltando questo album si ha l’impressione di essere davanti ad un best of del genere. Ogni volta che parte un pezzo la prima reazione sarà: cavolo, è vero che in questo disco c’è anche questa! E allora spariamoci a palla Down, Legend Has It, Call Tickerton, Hey Kids (feat. Danny Brown) e Stay Gold, alziamo le mani al cielo e abbandoniamoci allo swag. Ah, niente auto-tune fortunatamente!
Ascolta anche:
- Skepta: Konnichiwa (2016)
- Danny Brown: Atrocity Exhibition (2016)
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8. GAZEBO PENGUINS - NEBBIA (To Lose La Track)

Genere: Punk Rock, Emo, Indie
“Nel linguaggio della stilistica e della semantica, la sinestesia è un particolare tipo di metafora per cui si uniscono in stretto rapporto due parole che si riferiscono a sfere sensoriali diverse”.
Ascoltando il terzo full lenght dei trio emiliano nella sua interezza, si ha davvero la sensazione di essere in macchina in una fredda e umida sera di novembre, e di non vedere nulla davanti a sé stessi se non la Nebbia. I Gazebo Penguins riescono quindi in un’impresa più unica che rara, ovvero quello di farci vedere la musica.
Chi pensa che i Gazebo Penguins siano solo un banale gruppetto punk per adolescenti si sbaglia di grosso: come già nei loro precedenti lavori, gli arrangiamenti e i suoni delle chitarre, che ora sono diventate due, sono molto studiati e mai banali, e le ritmiche sono sempre molto interessanti e mai uguali l’una all’altra. Per non parlare dell’evoluzione stilistica: il mood è decisamente più rallentato, cupo e introspettivo rispetto a Raudo, quasi rasentando il post-rock, e talmente uniforme all’interno dei brani che non si ha la sensazione di essere davanti ad un insieme di 9 canzoni, ma davanti ad un’unica lunga suite di circa mezz’ora che scorre come un unico flusso massiccio.
I testi contribuiscono a rafforzare questa sensazione: Bismantova, Nebbia, Febbre, Soffrire non è utile, Porta, Pioggia sono tutte riflessioni sulle insicurezze della dell’essere adulti, introspezioni su obiettivi e traguardi della propria vita, dubbi e delusioni del proprio passato, senza nascondere un senso di malinconia se si prova a guardare indietro.
Ascolta anche:
- Fast Animals and Slow Kids: Alaska (2015)
- Title Fight: Hyperview (2015)
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9. JAPANDROIDS - NEAR TO THE WILD HEART OF LIFE (ANTI-)

Genere: Indie, Alternative Rock
I Japandroids sono un duo canadese (chitarra e batteria) che mischia punk, indie, garage e alternative rock, richiamando il sound e lo stile dei due gioiellini della Minneapolis anni ‘80, Replacements e Husker Du.
Dopo il fortunatissimo Celebration Rock del 2012, il duo si è preso la bellezza di 5 anni per schiarirsi le idee e dare alla luce il loro terzo lavoro in studio. Il marchio di fabbrica dei due dischi precedenti è sempre ben presente: accordoni aperti di chitarra, melodie da sing along e tanta sporcizia qua e là; ma con questo nuovo album il duo ha voluto sperimentare qualcosa in più, utilizzando synth e tastiere in molti dei brani. Uno su tutti, Arc of Bar è una lenta cavalcata blues rock con un efficace loop di synth e un tappeto sonoro che evoca atmosfere grandiose, quasi da stadio. Tra gli altri brani, spiccano la title track e il singolo No Known Drink or Drug, inni punk fatti apposta per sgolarsi ai concerti, e le più lente ed emozionali North East South West, Midnight to Morning e la chiusura ad effetto di In a Body Like a Grave, che suscita un’emozionalità simile alla chiusura di Tim dei Replacements con Here Comes the Regular.
I Japandroids con questo album ci dimostrano ancora una volta di essere, assieme ai Royal Blood e ai Cloud Nothings, l’unica band alternative rock degna di nota uscita dagli anni ‘10, con il difficilissimo compito di riportare in alto un genere che, attualmente, sta purtroppo sempre più faticando a vivere.
- Japandroids: Celebration Rock (2012)
- The Replacements: Let it Be (1984)
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10. CALVIN HARRIS - FUNK WAV BOUNCES VOL.1 (Columbia)

Genere: Neo-Soul, R&B, Hip Hop
No non sono impazzito, avete letto bene: Calvin Harris. Ma non sto parlando del Calvin Harris di Summer e We Found Love. In questo ultimo lavoro, il DJ scozzese abbassa un po’ i toni ispirandosi alle sonorità chillout anni ‘80 che impazzano in questo periodo (vedi Mark Ronson, Bruno Mars, ecc.). Una musica da ascoltare in riva al mare al tramonto davanti ad un cocktial, e direi che la copertina rende bene l’idea.
E se sei il DJ più famoso del momento, vuoi non invitare le guest più in voga del momento, giusto per far venire un po’ di invidia a DJ Khaled? Risposta affermativa. E allora si parte con Slide, forse il pezzo migliore del disco, che vede sua maestà Frank Ocean e i Migos in un un boogie dalle ritmiche che richiamano gli Chic, modernizzate dalle sopra citate guests. Cash out e Heartstroke ricalcano il mood del primo brano, ma con guest e dunque sonorità molto diverse (ScHoolboy Q e D.R.A.M. nel primo, Young Thug, Pharrell e Ariana Grande nel secondo). Con Rollin’ il tempo si distende ulteriormente per far spazio a una delle voci soul più chiacchierate, quella di Khalid, mixata alla trap di Future.
Dopo un paio di pezzi tutto sommato trascurabili, ecco che il Calvin Harris da dancefloor torna prepotentemente con una doppietta di brani su cui il cocktail si lascia sul tavolo e si comincia a muovere il fondoschiena: il raggeton di Nicky Minaj con Skrt On Me e la numero 1 Feels, che vede ancora Pharrell insieme a Katy Perry e Big Sean. Pur essendo impossibile non muoversi su questi pezzi, le atmosfere rimangono sempre molto chillout e rilassate e non sfociano mai nella disco più classica.
I più scettici diranno che questo disco è un’accozzaglia di star senza filo conduttore. Ma in fin dei conti non sempre è indispensabile essere innovativi, specialmente in un genere come questo. E allora una volta che hai 10 pezzi ben fatti e ben prodotti, che in più sono anche ballabili e con ottime melodie, cosa ti interessa delle critiche? Non ci resta che sperare nel Vol. 2.
Ascolta anche:
- Mura Masa: Mura Masa (2017)
- Bruno Mars: 24K Magic (2016)
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11. AMINE’ - GOOD FOR YOU (Republic Records)

Genere: Hip Hop, Neo-Soul, Trap
Se il nuovo dei Run The Jewels è un disco per party “da duri”, il primo album del rapper Amine’ è un disco per party festaioli, divertenti, spensierati e anche un po’ in fattanza.
I beat sono quelli tipici della trap, con cassa e rullante in faccia e ritmi distesi. A differenza degli artisti di Atlanta, tuttavia, le atmosfere non sono incazzate e cupe, ma fanno venire una gran voglia di fare festa e mettono anche piuttosto di buon umore. Non mancano tuttavia pezzi più soul e funky, come la super groovy Blinds (prodotta dai Disclosure), Dakota e Heebiejeebies, che vede un duetto con la cantante Kehlani, nel suo anno di gloria. Anche i testi sono abbastanza frivoli, ma d’altronde il rapper impegnato non è quello che Aminé punta ad essere. Un’altra nota positiva è la poca presenza degli autotune, che alla lunga risulterebbero stucchevoli.
Ma il vero punto di forza di questo album è senza dubbio la capacità di Aminé di scrivere pezzi super catchy, come Hero, Wedding Crashers (che una volta partito il jingle iniziale non vi si toglierà più dalla testa), Slide e Spice Girl, pezzo in cui viene scimmiottato il ritornello di Wannabe. Insomma, appena tornerà la primavera, sapete che album mettere a palla nella vostra auto mentre guiderete con il braccio fuori.
Ascolta anche:
- Chance the Rapper: Coloring Book (2016)
- Goldlink: And After That, We Didn’t Talk (2015)
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12. KEHLANI - SWEETSEXYSAVAGE (Atlantic) / SZA - CTRL (Top Dawg Entertainment)


Genere: Neo-Soul, R&B, Pop
Facciamo un gioco: dato che di questi due album mi è piaciuta tantissimo la prima metà, mentre ho trovato un po’ noiosa la seconda parte, ho deciso di fingere di creare un album unico con il meglio di entrambi, essendo i generi complementari ma tutto sommato assimilabili.
Kehlani, già comparsa più volte in queste recensioni, è una cantante R&B classe ‘95 che mischia ritmi ballabili EDM, melodie pazzesche e atmosfere chillout. Nel suo debutto su una major, ci dimostra tutta la sua abilità nello scrivere ritornelli che non ti si tolgono dalla testa e che strizzano l’occhio al pop del nuovo filone capitanato da Taylor Swift, mantenendo un’attitudine più “underground”. Ascoltate Keep on, Distraction e Undercover, garantito che vorrete tingervi la pelle di nero.
SZA è invece un’artista più navigata, attualmente parte della scuderia Top Dawg Entertainment, di cui fa parte anche un certo Kendrick Lamar. Il suo sound è sicuramente meno “mainstream” e un po’ più ricercato rispetto a quello di Kehlani, con basi assimilabili a quelle che Kendrick Lamar ha creato nel suo DAMN. e atmosfere che richiamano l’ultimo album di Rihanna (ANTI), dove peraltro SZA ha contribuito nella opening track Consideration. Se Kehlani è la colonna sonora perfetta per un party estivo, Ctrl va ascoltato per riprendersi a fine serata mentre si torna a casa.
Ascolta anche:
- Rihanna: ANTI (2016)
- Taylor Swift: 1989 (2015)
Altri album a cui dovreste dedicare un ascolto:
- Cloud Nothings - Life Without Sound: Come citato nella recensione dei Japandroids, una delle poche band che porta ancora avanti con onore la bandiera dell’alternative rock.
- Khalid - American Teen: un fulmine a ciel sereno, l’album d’esordio di Khalid è un viaggio attraverso il neo-soul, l’R&B e il pop che ha lasciato tutti a bocca aperta.
- Logic - Everybody: l’incredibile successo del singolo 1-800-273-8255 (Feat. Alessia Cara & Khalid) ha forse un po’ oscurato il resto del disco, che non dimentichiamo ha scalzato DAMN. dalla numero 1 a Billboard lo scorso aprile.
- Portugal. The Man - Woodstock: anche in questo caso, non fermiamoci al singolone di successo (Feel it Still): anche se il disco ha toni sensibilmente più commerciali rispetto agli altri lavori della band psich-rock Alaskiana, l’album è godibile dalla prima all’ultima traccia.
- Hoops - Routines: band praticamente sconosciuta ma molto interessante, che propone un mix di rock psichedelico, indie e dream pop, sulla falsa riga di Unknown Mortal Orchestra, Mac de Marco e soci.
- Toro Y Moi - Boo Boo: se siete in cerca di atmosfere sognanti e ritmi distesi, questo ultimo lavoro di Toro Y Moi farà al caso vostro. Particolarmente riuscito il singolo Girl like you.
- Drake - More Life: disco molto lungo, e quindi un po’ dispersivo, ma con qualche chicca da non perdere (Passionfruit, Free Smoke, Fake Love).
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I migliori album del 2016 - Part II
Come promesso, ecco gli altri 10 album che ho amato quest’anno.
Inoltre ho pensato che quest’anno potesse valere la pena “allegare” una playlist a tema “vibes”, composta da 35 brani usciti nel 2016, inclusi negli album recensiti e non (includerebbe anche “Doin’ it to death” di Beyoncé feat. Jack White, ma purtroppo su Spotify non c’è..). La potete ascoltare qui:
https://open.spotify.com/user/1167894627/playlist/1BIUICFv1oZd9tCzyMZsJj
Enjoy.
11. CHANCHE THE RAPPER - COLORING BOOK (self-released)

Genere: R&B, Gospel Rap
Chance the Rapper (o “Chano”, come viene chiamato dai suoi colleghi) è uno degli artisti più chiacchierati (se non il più chiacchierato) del panorama hip hop attuale, e sicuramente uno dei più originali ed interessanti. Come già detto per Anderson .Paak, tutti lo vogliono e la quantità di pezzi in cui ha messo lo zampino in questi ultimi due anni è a dir poco strabiliante, tanto da diventare il beniamino di Sua Maestà Kanye West.
Il sound di Coloring Book conferma, come già fatto nell’ottimo Acid Rap del 2013, il forte radicamento nella tradizione Cristiana della black music di Chano: tanti cori gospel (compreso il coro di bambini dell’orchestra di Chicago), un incredibile senso di positività, ottimismo, vibrazioni positive e ritmi molto distesi su cui poggia la sua voce un po’ stridula e nasale. Tutto questo crea un sound unico, inconfondibile e ormai molto riconoscibile, e come ovvio gli imitatori iniziano a spuntare come funghi.
Le sfumature toccate dai pezzi sono estremamente variegate, complici gli ottimi arrangiamenti che includono una enorme vastità di strumenti e suoni diversi: come detto c’è tanto gospel, in pezzi come Blessings, How Great, Same Drugs e Finishing Line; c’è tanto groove, sulle super ballabili No Problem e All Night; infine, anche lui si fa prendere la mano dalla nuova tendenza dei cori all’autotune di cui il trio delle meraviglie formato da Bon Iver, Kanye West e Francis & The Lights va ghiotto (guarda caso, gli ultimi due compaiono in Coloring Book come guest). A proposito di guests, vale la pena menzionare il fatto che questo album ne è strapieno, dai già citati Kanye e F&TL a Lil Wayne, Justin Bieber, Anderson .Paak, Future, Noname, Jamila Woods e BJ the Chicago Kid, solo per citarne alcuni.
Ascolta anche:
- Chance the Rapper: Acid Rap (2013)
- Anderson .Paak: Malibu (2016)
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12. VULFPECK - THE BEAUTIFUL GAME (Vulfpeck)

Genere: Jazz, Funk, R&B
Quando un annetto fa mi è capitato tra le mani il primo full-lenght dei Vulfpeck (The Thrill of the Arts) sono rimasto semplicemente fulminato dalle capacità di questo quartetto americano.
Dopo l’estate sono poi usciti un paio di video che hanno fatto il giro della rete soprattutto per la bravura, la tecnica e il groove della band, in particolare del bassista, che è difficile credere sia umano.
Un paio di mesi fa è finalmente uscito il secondo full lenght, che ha confermato tutte le aspettative create in questo ultimo anno: un groove pazzesco, un sound molto variegato che attinge a piene mani dal R&B, dal funk e dalla disco music anni ‘70, ma che non disdegna la cassa pulsante prettamente anni ‘80, che sa infuocare la festa con pezzi come Animal Spirits (il migliore del disco), Conscious Club e 1 for 1 Di Maggio ma che sa anche assottigliarsi su pezzi prevalentemente strumentali come El Chepe, Dan Town e Cory Wrong.
E il loro genio non sta solo nel creare groove incredibili: sono infatti loro la band che ha avuto l’idea di creare un album interamente di silenzio (”Sleepify”) uscito su Spotify solo per accumulare royalties in modo da potersi pagare un tour negli Stati Uniti. Geniali.
Ascolta anche:
- Vulfpeck: The Thrill of the Arts (2015)
- The Fatback Band: The Fattest of Fatback (1995)
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13. COMMON - BLACK AMERICA AGAIN (Def Jam)

Genere: Hip Hop, Soul, R&B
Un altro artista della super florida scena black di Chicago, anche se lui è ormai un veterano sulla piazza. L’undicesimo album in studio del rapper americano si inserisce in un contesto molto difficile per tutta la cultura black d’oltreoceano, e il filo conduttore è chiaro fin dal titolo: rendere l��America nera, di nuovo.
Le liriche di protesta nascono dai sempre più frequenti episodi di cronaca saliti alle luci della ribalta negli ultimi anni e riguardanti i maltrattamenti o gli omicidi di giovani neri americani da parte della Polizia, per non parlare del clima particolarmente ostile creato dalla campagna elettorale di Donald Trump, che caso vuole sia diventato presidente appena 4 giorni dopo l’uscita di questo disco.
Forse proprio per l’estrema attualità dei temi trattati, oltre che ovviamente alla maestria con cui Common assieme al produttore/arrangiatore/pianista Robert Glasper è riuscito a mettere in piedi una vera e propria Opera Nera ricca di momenti riflessivi e a tratti anche commoventi, che questo album rientra senza dubbio tra i migliori dell’anno. In particolare, i momenti più alti del disco sono la title-track, scritta e cantata assieme al Maestro Stevie Wonder, Love star e Rain (feat. John Legend) la cui estrema dolcezza creata dalle melodie di piano e voce vi lascerà senza fiato.
Ascolta anche:
- D’Angelo: Black Messiah (2014)
- The Roots: Things Fall Apart (1999)
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14. YG - STILL BRAZY (Def Jam)

Genere: Gangsta rap, G-Funk
Il secondo album in studio di YG ha tutti gli ingredienti per essere uno degli album migliori del cosiddetto G-Funk, ovvero il West Coast gangsta rap portato in auge dalla premiata ditta Dre & Snoop a metà anni ‘90: basi incentrate su solide linee di synth bass che richiamano il sound di Parliament & Funkadelic, ritmi lenti, battiti di mani a scandire il ritmo, liriche che parlano della vita di strada a Compton, e mettiamoci anche il fatto che YG è stato vittima di una sparatoria mentre era in studio a registrare l’album.
Detto ciò, a differenza degli album recensiti in precedenza, va detto che il sound non è particolarmente innovativo (puro G-Funk, appunto), ma i pezzi sono davvero ben fatti sia dal punto di vista delle basi che del flow, in particolare Twist my Fingaz, Still Brazy e Don’t Come to L.A. Una chicca inoltre il pezzo FDT (”Fuck Donald Trump”), che è già destinato a diventare l’inno dei prossimi 4 anni tra le strade dei quartieri black degli Stati Uniti.
Ascolta anche:
- Dr. Dre: The Chronic (1994)
- Kamaiyah: A Good Night in the Ghetto (2016)
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15. CHILDISH GAMBINO - “AWAKEN, MY LOVE!” (Glassnote Records)

Genere: 70′s Funk, Psychedelic Rock, Soul
Il poliedrico Donald Glover è un attore, regista e produttore americano che, sotto lo pseudonimo di Childish Gambino, scrive anche della gran bella musica. “Awaken, my love!” è il suo terzo album in studio e rispetto al precedente Because the internet rappresenta una sorta di tuffo nel passato: le sonorità si rifanno infatti moltissimo al soul/funk psichedelico che è il marchio di fabbrica, unico ed inconfondibile, di Funkadelic o Sly & the Family Stone. Questo è evidente in brani come Boogieman o Have some Love, dove coretti, chitarre distorte, groove e tastiere catapultano l’ascoltatore direttamente nei favolosi ‘70. E questa ispirazione è anche volutamente citata in uno degli ultimi brani del disco, The night me and your mama met, una lenta ballata soul perforata da un assolo distorto che copre la seconda metà del brano: la citazione del solo di 11 minuti di Eddie Hazel su Maggot Brain è evidente e confermata anche dallo stesso titolo. il pezzo originale fu infatti concepito chiedendo al chitarrista dei Funkadelic di suonare “immaginando che sua madre fosse appena morta”.
Ma abbandonando per un attimo la parentesi storica, in questo album non troviamo solo una banale riproposizione di quanto già fatto da qualcuno prima di lui. Infatti Glover è riuscito a mixare perfettamente lo stile appena descritto con un sound moderno e fresco, ottenendo un risultato che in pochi ad oggi hanno esplorato. Mi riferisco in particolare a pezzi come Redbone, California, Me and your Mama e Stand Tall, che sono senza dubbio i pezzi più a fuoco del disco.
Questo, è il Donald che tutti vorremmo…
Ascolta anche:
- Funkadelic: Maggot Brain (1971)
- Sly & The Family Stone: There’s a Riot Goin’ On (1971)
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16. KVELERTAK - NATTESFERD (Roadrunner)

Genere: Rock and Roll, Punk, Death Metal
Gli Kvelertak sono una band che non ha mezze misure: o li ami, o li odi. Li puoi odiare perchè suonano un hard rock urlato in lingua svedese. Li puoi invece amare perchè riescono a renderlo catchy. Come ci riescano? Facendo poggiare una voce prettamente death metal su una base strumentale molto melodica che attinge dall’hard rock a doppia chitarra stile Thin Lizzy (1985), al glam rock dei connazionali Turbonegro (Svartmesse) o alla furia punk hardcore made in U.S.A. (Bronsegud). Il brano migliore dell’album è sicuramente la title-track, che con il suo riff iniziale ostinato per due minuti crea una tensione che non può che sfociare nel pogo più violento.
Consiglio vivamente di ascoltarvi anche gli altri due album precedenti, perchè sono altrettanto ben fatti.
Ascolta anche:
- Kvelertak: Kvelertak (2010)
- Turbonegro: Apocalypse Dudes (1999)
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17. GLASS ANIMALS - HOW TO BE A HUMAN BEING (Wolf Tone)

Genere: Indie rock, Pop
Quando sentirete il singalong “Pineapples are in my head!” del brano “Pork Soda” probabilmente vi chiederete di che droga si stiano facendo i Glass Animals. La risposta la si potrete trovare in un’intervista a Billboard, di cui riporto un passaggio:
“…I was recording all of these people telling me stories. On tour you meet so many people […] and hear all their stories. I was a stranger, so I think people interacted differently than they would interact with their closest friends. But I also got the impression that people wouldn’t have told these stories to their closest friends. People tell you some incredible things – some totally deep, dark secrets – with a sort of cheekiness to it”
E proprio da queste storie i Glass Animals hanno tirato fuori un album, il loro secondo in studio: ogni traccia è ispirata a un personaggio bizzarro incontrato in tour, ognuno dei quali crea il “family portrait” della copertina.
Musicalmente le influenze sono molte, dall’indie al pop al funk all’elettronica, con belle melodie, ritmi tribali, il sentore di essere in un perenne trip e testi che sanno essere folli, seri e divertenti allo stesso tempo. In sostanza, hanno continuato quello che i Vampire Weekend avevano cominciato qualche anno fa, e ora che questi ultimi si sono dati alla macchia (anche se pare stia per uscire un nuovo album) i Glass Animals sono probabilmente una delle band “bianche” più interessanti in circolazione.
Ascolta anche:
- Vampire Weekend: Vampire Weekend (2008)
- Opossom: Electric Hawaii (2012)
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18. IGGY POP - POST POP DEPRESSION (Loma Vista Recordings)

Genere: Alternative rock, Psychedelic blues
L’accoppiata Iggy Pop + Josh Homme (oltre ad altri due membri di Dead Weather e Arctic Monkeys) non può non stuzzicare la curiosità anche di chi, come il sottoscritto, non ama particolarmente le minestre riscaldate dei grandi nomi del rock dei tempi che furono.
Ci voleva proprio una mente come Josh Homme per prendere l’Iguana più pazza che ci sia e riportarla nel suo habitat naturale, ovvero le atmosfere cupe e scarne del suo disco d’esordio The Idiot. Ma attenzione: il buon Joshua non è uno che ama rimanere nell’ombra, in quanto riesce ad apporre il proprio segno indelebile su tutto quello che tocca, nel bene e nel male (chiedetelo agli Arctic Monkeys). Ed infatti basta ascoltare i primi istanti delle atmosfere desertiche dell’opening track Break into your Heart per rendersi conto dello zampino del tuttofare Californiano.
Gli aspetti più apprezzabili di questo album sono il bellissimo intreccio della sezione ritmica basso e batteria, che in alcuni casi crea dei pattern addirittura ballabili (vedi Gardenia o Sunday). Sopra questo sub-strato, si appoggiano le mille sfumature delle chitarre di Josh Homme e Dean Fertita, talvolta arpeggiate, talvolta effettate con riverberi o phaser, talvolta suonate con schitarrate di accordi qua e là, talvolta distorte, ma senza mai avere la sensazione che siano lo strumento preponderante: la sapienza della produzione ha fatto centro anche su questo aspetto. Sopra a tutto ciò, come dimenticare la profondissima voce dell’Iguana, che sembra rimasta per 40 anni chiusa in una campana di vetro: stesso timbro avvolgente, evocativo e tenebroso di quando girava per le strade di Berlino con il suo amico David Bowie.
Infine, ad aggiungere ulteriori colori, qualche suono di tastiera e pianoforte qua e là: memorabile il richiamo alle atmosfere orientali di China Girl dell’intro di American Valhalla.
Ascolta anche:
- Iggy Pop: The Idiot (1977)
- The Kills: Ash & Ice (2016)
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19. JACK GARRATT - PHASE (Island Records)

Genere: Neo Soul, Alternative R&B
Jack Garratt rientra nella categoria di ragazzi che sono, per usare un termine economico, totalmente “integrati verticalmente”, ovvero sanno seguire tutte le fasi della stesura di un album: songwriting, esecuzione (Garratt oltre a cantare suona infatti qualsiasi strumento, elettronica inclusa), produzione e mixaggio.
Questo album è la sua opera prima e devo dire che come biglietto da visita fa la sua porca figura. Il sound mischia elementi vocali tipici del neo-soul, punteggiati da un buon uso dei falsetti, a basi e ritmiche che spesso includono elementi di elettronica, ma anche chitarre, assoli e tastiere, elementi che lo caratterizzano maggiormente rispetto all’altrimenti scontato paragone con Chet Faker, il cui sound è appunto molto simile. Un altro paragone facile è quello con l’altro genietto hipster inglese King Krule, il cui sound è però molto più ricercato: Garratt dal canto suo non disdegna affatto canzoni più popolari e dirette, come si può notare nelle bellissime Breathe Life, Surprise Yourself e Weathered.
Una menzione anche ai suoi live show: vedere un ragazzo che contemporaneamente canta, suona la chitarra, la batteria e programma le basi, fa davvero un bell’effetto.
Ascolta anche:
- Chet Faker: Built on Glass (2014)
- HONNE: Gone are the Days (2016)
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20. GOGO PENGUIN - MAN MADE OBJECT (Blue Note)

Genere: Progressive Jazz, Breakbeat
Immaginatevi un trio jazz (piano, contrabbasso e batteria) che mischia la dolcezza pianistica di Ludovico Einaudi, i ritmi schizofrenici del breakbeat made in UK e l’ambient elettronico di Aphex Twin: ecco, vedere dal vivo un concerto dei GoGo Penguin è un’esperienza che mischia tutti questi aspetti ed è uno spettacolo incredibile. Non capita spesso di ascoltare un disco di un trio jazz in cui il pianoforte non sia l’elemento predominante, ma sembra invece un tappeto sonoro sotto cui contrabbasso e batteria macinano linee e ritmi totalmente folli, che sottolineano le straordinarie capacità tecniche di questi giovani ragazzi inglesi (il batterista è davvero una forza della natura).
L’album, il loro terzo in studio, ha quindi un sound davvero molto particolare, ben identificabile ed allo stesso tempo piacevole all’ascolto: sicuramente ne sentiremo parlare molto.
Ascolta anche:
- Royksopp: Melody A.M. (2002)
- Robert Glasper: Covered (2015)
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I migliori album del 2016 - Parte I
Prima di cominciare è doveroso fare una premessa: quest’anno sono usciti tantissimi bei dischi, forse come mai negli ultimi 15 anni. Purtroppo però, dischi rock degni di nota, a mio avviso, ne sono usciti davvero pochi. E quando dico rock intendo un album con le distorsioni a palla, che ti faccia venire voglia di pogare, di urlare, di saltare... Confido comunque nelle parole di Neil Young, quando cantava che il rock and roll non morirà mai.
La buona notizia però, è che la black music è in continuo fermento. E’ ormai completato il processo di abbattimento del muro che separava l’indie dal soul, jazz e R&B, ed il mondo è sicuramente un posto migliore.
E data questa abbondanza di bei dischi e belle canzoni uscite nel 2016, ho pensato che fosse necessario ampliare la lista a 20 titoli, divisi in due parti: i primi 10 titoli li trovate in questo post, gli altri 10 li posterò nei prossimi giorni (non è una classifica, l’ordine degli album è assolutamente casuale).
Enjoy.
1. ANDERSON .PAAK - MALIBU (Steel Wool)

Genere: Neo-soul, R&B, Hip Hop
Quello che è stato Kendrick Lamar per il 2015, a mio avviso, lo è Anderson .Paak per il 2016, pur senza il riconoscimento planetario che ha avuto il rapper di Compton. Nel suo secondo album, dopo il precedente Venice, Anderson .Paak dà il meglio di sé amalgamando alla perfezione elementi di soul, R&B, hip hop, blues, funk, elettronica e jazz con atmosfere sempre molto positive (il fatto che abbia sempre stampato il sorriso in faccia ne è la riprova). Rispetto a To Pimp A Butterfly, il piglio è sicuramente più R&B che hip hop, ed infatti grande spazio è concesso alle melodie vocali super smooth di Anderson .Paak, che molto spesso accentua il groove cantando leggermente “indietro” rispetto agli strumenti. E, a proposito di strumenti, i Free Nationals (questo è il nome della band, di cui peraltro Anderson .Paak è il batterista) disegnano una trama di chitarra-basso e batteria impeccabile, talvolta sommesso (The Bird), talvolta con tinte soul/R&B anni 60 (Celebrate e Put Me Through) talvolta ritmato (Come Down), talvolta con elementi di elettronica/dance (Am I Wrong e Lite Weight, che vede la collaborazione con il DJ Kaytranada di cui parlerò a breve).
E della bravura di questo artista se ne sono accorti in molti: Anderson .Paak, insieme a Chance the Rapper e a Kendrick Lamar, è uno degli artisti più "cercati” dai colleghi in questi ultimi mesi (Compton di Dr. Dre, Dapper con Domo Genesis, Dang! con Mac Miller, il progetto NxWorries con il DJ Knxwledge e Glowed Up con Kaytranada, che ricambia il favore della già citata Lite Weight).
Ascolta anche:
- Kendrick Lamar: To Pimp A Butterfly (2015)
- Chance the Rapper: Coloring Book (2016)
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2. KAYTRANADA - 99.9% (XL Recordings)

Genere: Elettronica, Hip Hop
Kaytranada (già ampiamente citato nella recensione di Anderson .Paak, con cui ha collaborato parecchio) è un giovane DJ canadese classe ‘92 che nell’ultimo anno è uscito alle luci della ribalta grazie al suo full lenght di esordio 99.9% e alle innumerevoli collaborazioni con altri artisti del panorama neo-soul (Syd dei The Internet, Anderson .Paak, BADBADNOTGOOD, Craig David).
Lo stile che contraddistingue i pezzi del disco è molto eterogeneo e fortemente influenzato dagli artisti con cui collabora, ed il filo conduttore è creato dalle basi pulsanti di cassa, basse frequenze, tastiere e ambienti che non lasciano scampo: impossibile non muoversi dall’inizio alla fine sui ritmi di pezzi come Track Uno, You’re the One e Lite Spots, sulle melodie di Got it Good e sul groove di Weight Off.
Last but not least, dato che anche l’occhio vuole la sua parte, vogliamo non dare una nota di merito a Ricardo Cavolo per la splendida copertina?
Ascolta anche:
- NxWorries: Link Up & Suede (2015)
- Anderson .Paak - Malibu (2016)
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3. SKEPTA - KONNICHIWA (Boy Better Know)

Genere: Grime, Hip Hop
Il quarto album del rapper/producer Skepta è quello che lo consacra definitivamente come re del grime made in UK, consentendogli di portarsi a casa l’ambito Mercury Prize 2016 (una sorta di Grammy per la musica inglese). Ma cos’è il grime? Si tratta di una particolare deriva del rap, contaminato fortemente da basi di musica elettronica molto scarne, dove prevale la pura essenza dell’hip hop, ovvero il beat di batteria, accompagnato qua e là da qualche linea di tastiera che crea atmosfere piuttosto dure e cupe.
Il terreno più fertile per questo genere negli ultimi anni è stato l’underground inglese, dove nel sottobosco della comunità nera di North London si è sviluppato il collettivo Boy Better Know, che include anche, tra gli altri, Jme (fratello di Skepta) e Wiley.
All’interno di questo contesto, dunque, si inserisce Konnichiwa che grazie all’incredibile efficacia della ritmica delle rime del rapper inglese, che predilige i mid tempo tipici dell’EDM, fa rimanere incollato alle casse anche chi, come me, non è un particolare fan di questo tipo di sonorità. E, rispetto agli altri artisti del genere, la marcia in più è data, come spesso accade, dalla particolare accessibilità di singoli come Shutdown (che in UK ho scoperto essere una hit planetaria), It Ain’t Safe, That’s not Me e Man.
Ascolta anche:
- Stormzy: Shut up, Scary, Know me from (Singoli, 2015-2016)
- Death Grips: The Money Store (2012)
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4. WHITE DENIM - STIFF (Downtown Records)

Genere: Soul, Blues-rock, Garage-punk
Al loro settimo album in studio, i White Denim non si sono ancora stufati di produrre ottima musica e se ne escono con un album di pregevole fattura. La caratteristica che ha sempre contraddistinto la musica del quartetto del North Carolina è quella di fregarsene delle etichette e dei confini, e di spaziare a più non posso tra una marea di generi quali rock psichedelico, indie, soul, blues, punk, southern rock, garage rock e progressive.
Dopo l’enorme successo del rock psichedelico di D nel 2011 e del blues rock di Corsicana Lemonade nel 2013, Stiff si presenta come un album apparentemente più “aggressivo”, grazie alla partenza al fulmicotone dei primi pezzi del disco (Hard 2 Know, Ha Ha Ha, Holda You), che con il loro mix di punk rock, garage e blues uniti ad una voce soul sono anche i miei pezzi preferiti del disco. L’album (che è comunque molto diretto con i suoi 9 pezzi in 35 minuti) continua poi su ritmi tendenzialmente più rilassati con la Beatlesiana There’s a brain in my head e le “nerissime” Take it easy e Big big fun, i cui falsetti ci riportano alle atmosfere anni ‘70 di Superfly. Real deal momma e Mirrored in reverse ci catapultano nuovamente in un vortice di punk e southern rock molto ritmati, prima della chiusura psichedelica in puro stile Grateful Dead di Thank you.
Ascolta anche:
- Grateful Dead: Aoxomoxoa (1967)
- MC5: Back in the U.S.A. (1970)
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5. JOHN LEGEND - DARKNESS AND LIGHT (Columbia)

Genere: Soul, Pop, R&B
Quando John Legend si mette al piano e canta è difficile non emozionarsi. Così mi è successo ascoltando il featuring del disco di Common e fin dai primi istanti in cui ho schiacciato play su questo suo nuovo lavoro, nel brano I know better che apre il disco.
Neanche faccio in tempo ad asciugarmi la lacrimuccia, che subito parte il groove pulsante di Penthouse floor (feat. prezzemolino Chance the Rapper) seguito a stretto giro dal soul blues caldissimo di Darkness and light (feat. Brittany Howard, cantante degli Alabama Shakes).
Con Overload si continua sulle vibrazioni calde ed avvolgenti del pezzo precedente, mentre il singolo Love me now è un perfetto pezzo pop, semplice, diretto e catchy al punto giusto.
Il disco continua a scorrere piacevolmente alternando atmosfere più intime a momenti da cantare a squarciagola. I 12 pezzi che lo compongono sono tutti messi lì per un motivo, ed è il regalo di Natale più bello che John potesse farci.
Ascolta anche:
- The Script: The Script (2008)
- Alicia Keys: HERE (2016)
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6. THE AVALANCHES - WILDFLOWER (Modular)

Genere: Sampling, Hip Hop, Psichedelica
Sarei curioso di sapere cosa sia successo nella mente degli Avalanches quando, dopo il successo stratosferico del loro album d’esordio nel 2000, abbiano deciso di sparire dalle scene per ricomparire, 16 anni dopo, con un altro album possibilmente ancora meglio del primo.
Ma che razza di musica fanno gli Avalanches? Difficile rispondere a questa domanda: l’originalità del duo di Melbourne è davvero spiazzante.
Avete mai sentito parlare del “plunderphonics”? E’ un modo di fare musica che consiste nel mixare suoni di qualsiasi tipo, che si tratti di basi strumentali, vocali o suoni di vita quotidiana (versi di animali, gente che parla, rumori di auto, discorsi di persone, ecc.). Ecco, gli Avalanches fanno un uso molto estensivo della tecnica appena descritta, unendo questi suoni a basi che spaziano tra dance/elettronica, chillout, hip hop e dub-psichedelica. Il risultato è semplicemente unico e, inutile dirlo, lo si apprezza ascolto dopo ascolto, man mano che si riescono a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle di cui sono composte le 22 (sì, 22!) tracce del disco. Sicuramente un album da ascoltare per chi abbia voglia di sentire qualcosa di particolare.
Ciliegina sulla torta: la copertina, una dichiarata rivisitazione di There’s a Riot Goin’ On di Sly & The Family Stone.
Ascolta anche:
- Primal Scream: Screamadelica (1991)
- The Flaming Lips: Yoshimi battles the pink robot (2002)
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7. BEYONCE’ - LEMONADE (Columbia)

Genere: Neo Soul, R&B
Lemonade di Beyoncé è un disco che merita più di un ascolto. Per entrare in sintonia con le atmosfere dell’album è utile guardare il visual di cui è corredato, un lungo video della durata dell’intero cd.
In questo nuovo lavoro, Lady B ci delizia con un secondo concept album, dopo l’omonimo del 2014, e forse il più maturo tra tutti i dischi prodotti finora dalla cantante Texana. Sicuramente il più personale, in quanto l’intero concept è incentrato sulla figura della donna, una donna ferita dai tradimenti del marito che riesce a trovare la forza per reagire, rialzarsi e ricominciare, grazie anche ad un percorso spirituale e introspettivo. Per usare le parole di Tidal, piattaforma su cui è stato rilasciato in esclusiva l’album: “Every woman’s journey of self-knowledge and healing”. Per la cronaca, la produzione dell’album è affidata al marito Jay-Z, a cui verosimilmente saranno fischiate le orecchie durante la sua realizzazione.
Musicalmente l’album non ha nulla a che vedere con la Beyoncé che tutti abbiamo conosciuto in Crazy in Love o Single Ladies: grazie anche ad ospiti del calibro di Jack White, The Weeknd e Kendrick Lamar, infatti, l’album è ricchissimo di sfaccettature molto diverse, che vanno dall’R&B di Hold up e Freedom, alla “Drakeiana” Sorry, all’alternative blues di Don’t hurt yourself (con Jack White, appunto), al soul di All night, all’intensissimo pop/gospel di Sandcastles, fino addirittura al folk di Daddy Lessons. Un album eclettico, dunque, che non a caso è appena stato nominato ai prossimi Grammy Awards in ben quattro generi diversi (prima volta nella storia dei Grammys).
A cosa allude il titolo dell’album? La risposta si trova alla fine di Freedom, dove la voce della nonna di Jay-Z recita una metafora estremamente efficace ed evocativa:
“I always found the inner strenght to pull myself up. I was served lemons, but I made lemonade”.
Ascolta anche:
- Rihanna: ANTI (2016)
- The Internet: Egodeath (2015)
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8. THE KILLS - ASH & ICE (Domino)

Genere: Indie, Alternative rock, Psychedelic blues
Non sono mai riuscito a digerire più di tanto i The Kills, eccentrico duo anglo-americano formato dal chitarrista Jamie Hince e dalla cantante Alison Mossheart (membro anche del supergruppo The Dead Weather assieme a Jack White). Con questo nuovo lavoro però mi hanno lasciato piacevolmente sorpreso.
Lo stile che ha sempre caratterizzato i The Kills è caratterizzato da un garage rock molto scarno, basato sui riff blues acidi di Hince, loop di batteria molto semplici ma efficaci, spesso con batteria elettronica, e l'inconfondibile voce distorta di Alison, che sa essere rock and roll e soffice allo stesso tempo: una sorta di PJ Harvey dei nostri tempi per intenderci.
Su questo album c’è sicuramente una produzione più attenta rispetto ai primi lavori della band: i suoni sono perfettamente amalgamati tra loro e gli arrangiamenti della sezione strumentale sempre scarni ma impeccabili, dove ogni nota sembra inserita al posto giusto e nel momento giusto; a mio parere lavorare con Jack White nei Dead Weather ha avuto un’influenza non banale sull’evoluzione musicale del duo anglo-americano.
I pezzi più riusciti del disco sono l’opening track Doing it to death, Heart of a dog e Hum for your buzz.
Ascolta anche:
- The Dead Weather: Horehound (2009)
- Iggy Pop: Post Pop depression (2016)
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9. TOUCHE’ AMORE’ - STAGE FOUR (Epitaph)

Genere: Post hardcore, Indie, Emo rock
Mentre all’inizio degli anni ‘10 era tornato in auge il velocissimo tuppa-turuppà tipico dell’hardcore melodico anni ‘90 (vedi i primi The Story So Far, Such Gold, Set Your Goals, ecc), la tendenza degli ultimi anni nel mondo punk è quella di dare una sterzata ai BPM focalizzandosi su ritmi tendenzialmente più distesi. Lo stesso percorso lo hanno intrapreso i Touché Amoré, che nei loro primi album (mi riferisco in particolare al bellissmo Parting the sea between brightness and me del 2011) si spingevano addirittura in terreni più prossimi al metal (nell’album citato non erano infrequenti i blast beat).
In questo album, il loro quarto in studio dal 2009, il quartetto Californiano fa un passo avanti rispetto al precedente Is Survived By del 2013 semplicemente perchè i pezzi risultano più maturi e decisamente più a fuoco. Gli ingredienti principali sono costituiti da chitarre non particolarmente distorte e ricche di effetti, tanti arpeggi, alternanza tra parti incazzate e atmosfere distese e malinconiche sopra cui contrasta la voce urlata del frontman Jeremy Bolm, elemento rimasto invece invariato rispetto ai precedenti lavori della band. L’uso più intensivo di questi elementi emo-rock anni ‘90 unito a un approccio prettamente punk hardcore (seguendo quanto già fatto dai Title Fight) ha permesso ai Touché Amoré di realizzare non solo il loro miglior album ma anche uno tra i migliori lavori della scena punk degli ultimi anni.
Vi consiglio infine di munirvi di fazzoletti se vi venisse in mente di leggere i testi, tutti incentrati sul non facilissimo tema della prematura scomparsa della madre del frontman Jeremy.
Ascolta anche:
- Strike Anywhere: Exit English (2003)
- Title Fight: Shed (2011)
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10. SALMO - HELLVISBACK (Epic)

Genere: Hardcore rap, Trap
Ogni tanto (ma tanto) mi capita di ascoltare musica italiana, anche se solitamente quella che preferisco ha derivazioni che arrivano prepotentemente da oltreoceano. Infatti di Hellvisback mi ha colpito da subito proprio la forte internazionalità del sound: non solo belle rime e bel flow (io non me ne intendo particolarmente, ma ci sono spesso dei gran bei giochi di parole), ma anche una grandissima cura per gli arrangiamenti e le basi, alcune suonate ed altre più “elettroniche”. Un “conscious rap”, come piace dire a qualcuno.
Lo stile è molto duro su quasi tutti i pezzi, sia per le rime che per la parte musicale, che in molti casi è assimilabile al grime di cui abbiamo parlato prima: ritmi molto lenti e headbanging assicurato. Belle però anche le parentesi Blues rap��del singolo 1984 (la mia preferita del disco), della strumentale Peyote (che vede la collaborazione di Sir Bob Cornelius Rifo AKA Bloody Beetroots) e della bonus Don Medellin.
Una nota curiosa: ascoltando le tracce “Il Messia” e “Bentley vs Cadillac” sono rimasto molto colpito dai groove di batteria. Incuriosito, sono andato a leggermi i credits e ho scoperto che quel “bravo batterista” altro non era che Travis Barker, che ha anche prodotto i due pezzi. Chapeau.
Ascolta anche:
- Salmo: Midnite (2013)
- Skepta: Konnichiwa (2016)
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Best albums of 2015
1. KENDRICK LAMAR - TO PIMP A BUTTERFLY (Top Dawg Entertainment)

Genere: Hip hop, Rap, Funk
Sì lo so, è banale, però che ci posso fare se sono rimasto stregato pure io da questo album? Capolavoro non solo se si guarda al rap, ma alla musica contemporanea in generale, il terzo full lenght del ragazzo di Compton lo consacra definitivamente nell’Olimpo dei grandi della musica nera.
Tutto perfetto quindi: copertina, musica, arrangiamenti, testi, concept, versatilità musicale (funk, rap, alternative hip hop, jazz, rock, soul, new jack swing). Chapeau.
Ascolta anche:
- Chance the Rapper: Acid Rap (2013)
- The Roots: Things Fall Apart (1999)
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2. BENJAMIN CLEMENTINE - AT LEAST FOR NOW (Virgin EMI)

Genere: Soul, Pop, Piano jazz
“...now if I told you that there is a second apple in the other hand of the boy, will you believe me? Or will you just stick with the notion that seeing is believing? Well, I believe that sometimes you’ve just got to hear it, and feel it to believe it”.
Così recita la prima pagina del booklet del cd di Benjamin Clementine, che si è ritagliato il suo spazio tra gli artisti più chiacchierati del momento grazie al suo primo full lenght, un concentrato di intense emozioni rese uniche dalla profondissima voce di questo artista parigino con un passato da artista di strada.
Una nota di merito va anche agli show dal vivo, nei quali i pezzi sorprendono ancor di più per l’incredibile spontaneità nell’esecuzione.
Ascolta anche:
- Tracy Chapman: Tracy Chapman (1988)
- Rufus Wainwright: Release the Stars (2007)
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3. KAMASI WASHINGTON - THE EPIC (Brainfeeder)

Genere: Free Jazz, Jazz Funk, Jazz Fusion
Di epico questo album non ha solo il nome: triplo cd, 17 pezzi, quasi 3 ore di musica e un’infinità di influenze mischiate tra loro rendono il quarto album del sassofonista Kamasi Washington una vera perla nel mondo del jazz moderno. E non a caso il ragazzo vanta collaborazioni con alcuni tra i più grandi artisti sulla scena (Herbie Hancock e Wayne Shorter tra i veterani, o i più moderni Raphael Saadiq e Kendrick Lamar, con il quale ha collaborato proprio per To Pimp a Butterfly).
Un disco da ascoltare con la pazienza che ormai, ahimé, non caratterizza più gli ascolti musicali dei nostri giorni.
Ascolta anche:
- John Coltrane: A Love Supreme (1965)
- Miles Davis: Miles Smiles (1966)
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4. LEON BRIDGES - COMING HOME (Columbia)

Genere: Soul
Non serve dilungarsi molto: per gli amanti del soul caldo e avvolgente (leggi: Sam Cooke) è un disco sicuramente da avere. Nulla di nuovo, si intende, ma fa comunque sempre piacere sentire voci di questo calibro.
Ascolta anche:
- Michael Kiwanuka: Home Again (2012)
- Sam Cooke: Portrait of a Legend 1951-1964 (2003)
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5. KNUCKLE PUCK - COPACETIC (Rise Records) /
NECK DEEP - LIFE’S NOT OUT TO GET YOU (Hopeless Records)


Genere: Pop punk, Hardcore melodico
L’anno scorso li ho recensiti assieme e quest’anno, alla luce dell’uscita dei rispettivi album, ho voluto bissare. Molto simili ai The Story So Far i primi, più “classici” alla New Found Glory i secondi, sono sicuramente due tra gli artisti più validi nella scena pop punk/hardcore degli ultimi anni, capaci di colpire per melodie, singalong, ritmi incalzanti e breakdown.
Pezzi da novanta da ambo le parti, rispettivamente Depreciation e Can’t Kick Up The Roots.
Ascolta anche:
- The Story So Far: Under Soil And Dirt (2011)
- New Found Glory: Stick And Stones (2002)
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6. THE STORY SO FAR - THE STORY SO FAR (Pure Noise)

Genere: Pop punk, Hardcore melodico
l quintetto di Walnut Creek (CA) continua senza dubbio ad essere la band regina della nuova ondata hardcore melodico made in U.S.A. e lo conferma con il terzo album in studio.
Il sound ricalca quello dei primi due album, anche se ormai la band ha definitivamente abbandonato il velocissimo tuppa turupà tipico dell’hardcore melodico per concentrarsi su ritmi più lenti e con più groove, che sono un po’ il marchio di fabbrica che rende unico il loro sound. Inutile aggiungere che dal vivo sono una delle band più esaltanti sulla piazza.
Ascolta anche:
- The Story So Far: What You Don’t See (2013)
- Knuckle Puck: The Weight That You Buried (2013)
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7. YOUNG FATHERS - WHITE MEN ARE BLACK MEN TOO (White Dada)

Genere: Alternative hip-hop, Indie, Soul
Interessante trio scozzese che nasce come band hip hop per poi intraprendere vie meno battute e più coraggiose.
La band inserisce infatti cantati soul, R&B e hip hop sopra a basi di tastiere futuristiche, pianoforti effettati, chitarre acide, percussioni e cori gospel, il tutto avvolto in atmosfere piuttosto cupe e ipnotizzanti che strizzano l’occhio talvolta alla spazialità shoegaze, talvolta addirittura all’ossessività industrial. Non manca, tuttavia, l’attenzione alle melodie, ben presenti in pezzi come 27, Dare me, Nest e il singolo Shame.
Una band sicuramente tra le più interessanti in questo 2015, che calcherà i nostri palchi di supporto ai Massive Attack quest’inverno (12 febbraio al Fabrique di Milano).
Ascolta anche
- Algiers: Algiers (2015)
- Knxwledge: Hud Dreams (2015)
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8. TITLE FIGHT - HYPERVIEW (ANTI-)

Genere: Shoegaze hardcore, Indie rock
Forse una delle band di matrice hardcore più interessanti e coraggiose sulla piazza, il cui coraggio ha peraltro più che ripagato gli sforzi compiuti.
Se i quattro ragazzi di Kingston (PA) infatti hanno da sempre mixato la rabbia urlata hardcore con i suoni e le atmosfere distese (ma pur sempre cupe) del post rock/shoegaze, con questo disco si può dire che i Title Fight abbiano quasi totalmente abbandonato il primo aspetto per concentrarsi sul secondo. Il risultato finale è sicuramente qualcosa di innovativo e mai banale, cosa tutt’altro che scontata di questi tempi.
Un percorso di carriera davvero ambizioso e ben eseguito, che gli ha consentito di diventare da subito una band di culto da imitare per tutta la nuova scena hardcore americana.
Ascolta anche:
- Turnover: Peripheral Vision (2015)
- Title Fight: Floral Green (2012)
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9. THE SOULJAZZ ORCHESTRA - RESISTANCE (Strut Records)

Genere: Latin Jazz, Afrobeat, Funk
Piacevole, frizzante, allegro, divertente, esubrante, colorato, groovy. Questi i primi aggettivi che mi vengono in mente quando prendo in mano questo disco, il settimo in studio della band Canadese di nascita, ma Africana di adozione.
Il sound è infatti fortemente influenzato da ritmi e percussioni afrobeat e caraibici, a cui si aggiungono la trama armonica del tastierista-tuttofare Pierre Chrétien (che sostanzialmente rimpiazza da solo chitarre e basso), gli intrecci melodici dei sassofoni baritono, tenore e contralto, e le melodie della voce.
Ovviamente, il groove regna sovrano in tutti i 42 minuti dell’album e, anche dal vivo, lo spettacolo è un concentrato di vibrazioni positive e ritmo di fronte ai quali difficilmente si riuscirà a stare fermi.
Il marchio di fabbrica è infine quello della Strut Records, etichetta inglese che sta diventando ormai un punto di riferimento per gli amanti del genere.
Ascolta anche
- Fela Kuti: Zombie (1977)
- Orlando Julius & The Heliocentrics: Jaiyede Afro (2014)
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10. JILL SCOTT - WOMAN (Atlantic)

Genere: Neo-soul, R&B
L’ormai quarantenne Jill Scott ci regala un album rilassato ed intimo, puntellato di tanto in tanto da sprazzi di colore dal retrogusto Motown (Run Run Run, Closure), in cui a far da padrone è sicuramente il groove su cui poggia la sua nerissima voce.
Per i fan di Erykah Badu & Co. sarà sicuramente un ascolto piacevole.
Ascolta anche:
- Tony! Toni! Toné!: House of Music (1996)
- Erykah Badu: Baduizm (1997)
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Altri album che mi sono piaciuti:
- Unkwnown Mortal Orchestra - Multi-Love: gran bell’album, consigliato a chi è piaciuto l’ultimo dei Tame Impala
- Songhoy Blues - Music in Exile: un po’ di sano blues africano made in Mali.
- Alabama Shakes - Sound & Color: a mio avviso non all’altezza del primo album (Boys and Girls, 2012) ma comunque un buon lavoro.
- Turnover - Peripheral Vision: una delle band che sta seguendo le orme dei sopracitati Title Fight, ma con meno “core” e più “indie-rock”.
- St Paul and the Broken Bones - Half the city: soul/blues alla Otis Redding.
- Turnstile - Non stop feeling: forse la band più incredibile mai vista dal vivo: un mix di crossover, punk hardcore e tamarraggine che vi farà saltare per 27 minuti.
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Next BIG thing: Sheer Mag

Attitudine punk, sound rock and roll grezzo e sporco, melodie vocali impeccabili e super-catchy dell’enorme cantante Tina Halladay e good vibes. Questi gli ingredienti che rendono gli Sheer Mag una band da tenere d’occhio per il prossimo futuro, in attesa di un primo full lenght.
Ascolta il brano: Fan the flames (2015)
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I miei album preferiti del 2014
Causa mancanza di tempo, quest'anno mi limito a qualche commento conciso:
1. ROYAL BLOOD - ROYAL BLOOD (Warner Bros.)

genere: hard rock, blues, stoner
Sono un duo ma fanno casino per dieci: basso e batteria, riffoni, cazzo duro e una strizzata d'occhio alle melodie fanno sì che questo sia senza dubbio il mio album preferito del 2014. E Dave Grohl non deve pensarla diversamente visto che li ha scelti come band d'apertura per i concerti dei Foo's a Wembley di quest'estate. Niente male per una band al suo primo album!
Ps. assolutamente da non perdere il concerto del 29 marzo all'Alcatraz!
Ascolta anche:
- Death From Above 1979: The Physical World (2014)
- The White Stripes: Elephant (2003)
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2. CHET FAKER - BUILT ON GLASS (Future Classic)

genere: pop, chillout, soft elettronica
Album perfetto per bersi un cocktail al tramonto in riva al mare in una sera d'estate: il disco d'esordio del cantautore Australiano, che attinge a piene mani da pop, soul, elettronica, jazz e hip hop, alterna momenti intimi, in cui l'ascoltatore viene letteralmente coccolato dalla sua voce avvolgente, a momenti in cui il beat prende il sopravvento, senza tuttavia mai sfociare nella pesantezza della musica elettronica più pura. Molto bravo anche dal vivo!
Ascolta anche:
- Air: Moon Safari (1998)
- Ghemon: ORCHIdee (2014)
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3. MAC DEMARCO - SALAD DAYS (Captured Tracks)

genere: indie, rock, lo-fi
Terzo album in tre anni per questo giovane ragazzo Canadese che, come molti artisti della sua generazione, registra i suoi album interamente nella propria cameretta, come si può facilmente intuire dalla qualità volutamene lo-fi dei suoi dischi.
La personalità molto scherzosa di MacDeMarco, inoltre, rende ancor più piacevole andarlo a vedere dal vivo, in quanto, nonostante la sua musica sia tendenzialmente tranquilla, naive ed easy listening, su atmosfere indie-pop-jazz, lui si rivela essere completamente matto ed esplosivo (vedi: cover di Enter Sandman di un quarto d'ora, finita in sbrago totale, suonata alla fine del concerto di Milano del mese scorso).
Ascolta anche:
- King Krule: 6 Feet Beneath the Moon (2013)
- Vampire Weekend: Vampire Weekend (2008)
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4. DEATH FROM ABOVE 1979 - THE PHYSICAL WORLD (Last Gang)

genere: hard rock, blues, stoner
Quanto detto per i Royal Blood può essere copiato e incollato per questo album, ad esclusione del fatto che i DFA1979 si sono formati nel 2004, hanno fatto uscire un disco della madonna, si sono sciolti, e dopo 10 anni hanno fatto uscire un disco ancora più della madonna.
Ascolta anche:
- Royal Blood: Royal Blood (2014)
- Drenge: Drenge (2013)
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5. NOTHING - GUILTY OF EVERYTHING (Relapse)

genere: indie, shoegaze, punk
Il quartetto di Philadelphia si distingue per un sound fortemente radicato nel noise/shoegaze degli ultimi '80 (voce del verbo My Bloody Valentine e Sonic Youth), ma con un evidente stampo punk/indie alla Dinosaur Jr. (come nela traccia "Bent Nail") che dà al sopracitato genere quella spinta e quella distorsione in più che lo rendono maggiormente avvincente, mantenendosi comunque su atmosfere cupe ed evocative; a tratti mi hanno ricordato anche i Deftones meno incazzati (in pezzi come "Dig").
Una nota di merito va anche alla suggestiva copertina: che sia un richiamo a Pink Flag dei Wire?
Ascolta anche:
- My Bloody Valentine: Loveless (1991)
- Deftones: White Pony (2001)
___________________________________________________________________ 6. KNUCKLE PUCK - WHILE I STAY SECLUDED EP (Bad Timing) e
NECK DEEP - WISHFUL THINKING (Hopeless Records)


genere: pop punk, hardcore melodico
Due band da tenere d'occhio per quanto riguarda il genere pop punk/hardcore melodico, che di fatto seguono la strada già ben spianata da The Story So Far e Such Gold (Knuckle Puck) e Man Overboard (Neck Deep), senza aggiungere nulla di particolare, a dire la verità; i pezzi sono comunque tutti ben fatti, con ottimi cambi di tempo e ottime melodie, da cantare a squarciagola mentre si fa crowd surfing.
Ascolta anche:
- The Story So Far: What You Don't See (2013)
- Man Overboard: Real Talk (2010)
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7. ALLAH-LAS - WORSHIP THE SUN (Innovative Leisure)

genere: rock psichedelico, indie, garage rock
Ascoltare questo album senza sapere di chi si tratti porterebbe chiunque a pensare che sia stato registrato da una band di rock psichedelico negli anni '60 e che sia poi successivamente entrato nella storica compilation Nuggets: Original Artyfacts From The First Psichedelic Era 1965-1968 (che ha poi dato i natali al punk rock, ma questa è un'altra storia).
Gli Allah-Las sono invece quattro ragazzi Californiani che si divertono a ricreare le atmosfere desertiche di quell'epoca, riuscendoci peraltro con ottimi risultati sia in questo album che con il precedente (omonimo, del 2012). Il discorso è tuttavia sempre il medesimo: nulla di nuovo, ahimè.
Ascolta anche:
- 13th Floor Elevators: The Psichedelic Sound of 13th Floor Elevators (1966)
- A.A.V.V.: Nuggets: Original Artyfacts From The First Psichedelic Era 1965-1968 (1972)
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8. ANTEMASQUE - ANTEMASQUE (Nadie Sound)

genere: hard rock, punk, alternative
Omar-Rodriguez Lopez e Cedric Zavala, rispettivamente chitarra e voce dei Mars Volta, per uno dei loro ennesimi side project hanno scelto come bassista di studio niente meno che Flea: il risultato è un mix esplosivo di tutte le loro influenze, dal progressive rock, all'alternative rock, al rock 70's, all'indie rock, tutto condito da ritmi e furia prettamente punk, con la splendida voce di Zavala sempre ben in evidenza.
Ascolta anche:
- The Mars Volta: De-Loused in the Comatorium
- Billy Talent: II
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9. CLOUD NOTHINGS - HERE AND NOWHERE ELSE (Carpark Records)

genere: punk, indie, alternative rock
Dopo l'ottimo Attack on Memory del 2012 (prodotto da un certo Steve Albini), i Cloud Nothings escono con il loro quarto album in studio e la musica non cambia: il trio di Cleveland ci regala un indie-punk tirato, voce roca, chitarre sporche, produzioni minimali, dissonanze e, talvolta, cavalcate strumentali, alla stregua di altre band degli ultimi tempi come The Men, Japandroids, ecc. Tra i pezzi più riusciti ci sono sicuramente "Quieter Today", "Just See Fear" e "I'm not Part of Me"che mischiano Husker Du, The Strokes ed emo anni '90 per un risultato che non lascia un secondo di respiro.
Ascolta anche:
- Japandroids: Celebration Rock (2012)
- The Men: Open Your Heart (2012)
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10. TODD TERJE - IT'S ALBUM TIME (Olsen)
genere: elettronica, dance
Per questo ultimo posto ho scelto un artista che cade un po' fuori da quelli che sono i miei normali gusti musicali, ma del quale ho trovato molto piacevole l'ascolto del primo album, It's Album Time.
Produttore norvegese tra i più in voga degli ultimi anni, Todd Terje raccoglie materiale vecchio e inedito e ci delizia con un album che include elementi di soft disco, elettronica e pop, tutta strumentale, che soddisfa sia gli amanti di musica che gli amanti del ballo sfrenato in discoteca. Menzione speciale va al groove del pezzo "Preben Goes to Acapulco".
Ascolta anche:
- A.A.V.V.: Horse Meat Disco (2014)
- Clean Bandit: New Eyes (2014)
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I migliori album del 2013
1. BRING ME THE HORIZON – SEMPITERNAL (RCA)

Genere: Alternative rock, metalcore
Si dice che la prima impressione sia quella che conta, e che per smontarla servano almeno 7 elementi contrari ad essa. A me ne sono bastati 6, i primi brani dell’album, per cambiare immediatamente l’idea che avevo della band di Sheffield. Nonostante l’enorme hype che li ha circondati dal loro esordio del 2006 ad oggi, sono sempre stato piuttosto restio ad ascoltare la loro musica. Sicuramente molto è dovuto ai pregiudizi che mi ero formato dall’ascolto del loro primo album “Count your blessings” (la famosa prima impressione, appunto); nel corso degli anni, tuttavia, Ollie Sykes e soci hanno sempre dimostrato di essere un passo più avanti degli altri, intraprendendo un processo di maturazione che ha sicuramente il suo apice in questo ultimo lavoro.
La band si è infatti scostata dalle sonorità death metal degli esordi passando ad un sound più metalcore nei due album seguenti, fino ad arrivare al sound odierno, decisamente più accessibile, meno confuso e meno “barocco” negli arrangiamenti sia delle chitarre che soprattutto della sezione ritmica (per gli amanti del genere: niente blast beat e niente doppio pedale alla velocità della luce ogni due secondi). Al loro posto fanno capolino sempre più elementi di elettronica e ambient, tanto da assoldare a tempo pieno un tastierista, melodie vocali più pulite e definite, talvolta anche sussurrate (complimenti all’insegnante di canto di Ollie Sykes per il lavoro svolto!) alternate a parti urlate il cui timbro è comunque meno grezzo e molto più maturo rispetto agli album precedenti.
Per certi versi lo stile del disco mi ha fatto venire in mente quello dei Linkin Park degli inizi (mi beccherò insulti? Fa niente), ovviamente con un’impronta che per forza di cose riflette il passato metalcore della band. In generale quello che è stato fatto è una vera e propria limatura degli eccessi di virtuosismo e degli arrangiamenti in generale, così da arrivare a sonorità più essenziali ma sicuramente più efficaci, dando una maggiore enfasi alla parte melodica; una vera e propria transizione dal “metal” all’ “alternative rock”, con ottimi risultati.
Ps: ottima esecuzione dei pezzi anche dal vivo!
Ascolta anche:
- Bring me the horizon: "Suicide season" (2009)
- Enter Shikari: "Take to the skies" (2007)
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2. THE MEN – NEW MOON (Sacred Bones Records)

Genere: Punk, country, alternative rock
Una tra le tante cose che mi piacciono di questo gruppo è la capacità di reinventarsi ad ogni album. La band Newyorkese ha infatti avuto un passato noise sulla falsa riga dei concittadini Sonic Youth, si è poi aperta a sonorità punk con l’album “Open your heart” del 2012 (se ve lo foste perso, l’ho recensito l’anno scorso), fino ad approdare al quarto album in quattro anni di carriera, che completa il percorso di trasformazione cominciato con l’album precedente e vi aggiunge le lezioni imparate dal maestro Neil Young, con l'attitudine punk dei suoi allievi Dinosaur Jr. e Meat Puppets.
L’album, infatti, abbandona quasi totalmente il passato più sperimentale della band per abbracciare un sound più melodico, creato da un perfetto connubio di punk, alternative rock e country, la vera new entry di questo disco. Nonostante il maggior rilievo concesso alle melodie, non si può assolutamente parlare di una “svendita”: la band mantiene infatti ben salde le proprie radici punk e tira fuori le palle ogni qual volta lo si renda necessario. Il normale processo di maturazione, tuttavia, ha fatto sì che i quattro ragazzi di Brooklyn sentissero il bisogno di aggiungere delle dinamiche in più e di spingersi in terreni poco battuti da chi normalmente si definisce un “punk rocker”.
Tra le novità sonore dell’album, troviamo infatti chitarre acustiche, armonica, organetti, pianoforte e voci pulite, tutti elementi impensabili ai tempi del loro esordio del 2010, “Immaculada”.
Entrando infine nello specifico dei brani, degni di nota sono sicuramente la Springsteeniana “Half angel half light”, le serrate “Without a face” ed “Electric” e le ballate country “Bird song” e “I saw her face”, che tanto devono al Neil Young di “Zuma”.
Ascolta anche:
- The Gaslight Anthem: The '59 Sound (2008)
- Neil Young: Zuma (1975)
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3. RDGLDGRN – RDGLDGRN (Fairfax Recordings)

Genere: Rock, indie, rap
Ad una prima distratta lettura, si potrebbe pensare ad un errore di battitura; se si comprano le vocali giuste, invece, è chiaro che siamo davanti ad una trovata di marketing molto simpatica: Red, Gold e Green sono infatti i nomi d’arte dei tre componenti della band, ognuno dei quali caratterizzato da un abbigliamento interamente del colore del proprio nome.
Marketing a parte, il trio di Washington è a mio avviso la band rivelazione del 2013, quelli che gli americani chiamerebbero "Rookie of the year". Nonostante siano ancora piuttosto sconosciuti ai più, soprattutto su questa sponda dell’Oceano, i Red Gold & Green vantano già collaborazioni con i più grandi “Re Mida” della musica degli ultimi tempi: Pharrell, che ha partecipato alla stesura e alla produzione della frizzante “Doing the most” e sua maestà Dave Grohl, che si è prestato in qualità di batterista per le incisioni di tutti i brani dell’album (peraltro registrato ai Sound City Studios, non esattamente i primi che passano).
Il sound della band, in quello che è loro il primo sforzo discografico, unisce una sezione ritmica prevalentemente “nera” e fortemente ritmata a riff di chitarra e melodie vocali indie e rock-pop, punteggiate qua e là da intermezzi rappati; questa miscela crea un mood sempre allegro e festaiolo sul quale si fa davvero fatica a non muoversi. Il trio denota inoltre ottime doti compositive e una spiccata attenzione alle melodie, sempre molto orecchiabili sin dal primo ascolto.
Particolarmente riuscite sono, ad esempio, il primo singolo “I love lamp”, “Hey oh” e la già citata “Doin’ the most”, che metterebbero allegria e voglia di far festa anche alla Signorina Rottermeier, oltre che “Million fans” e “Lootin’ in London”, che presentano atmosfere decisamente più riflessive e in cui viene dato più spazio al lato hip hop della band. Ottime anche le loro esibizioni dal vivo, che ho potuto apprezzare in prima persona un mesetto fa a Milano. Insomma, una band che ha tutte le carte in regola per lasciare il segno nella musica di questi anni ’10.
Ascolta anche:
- Blakroc: Blakroc (2009)
- Vampire Weekend: Vampire Weekend (2008)
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4. GAZEBO PENGUINS – RAUDO (To Lose La Track)

Genere: Punk rock, emo, alternative
“Quando rubavamo i frontalini delle auto ed in particolare delle Mercedes” è l’incipit della canzone “Correggio”, dedicata al periodo dell’adolescenza nella loro città natale. Non nascondo che dopo averla ascoltata tutta per la prima volta mi è venuta un po’ di malinconia. Ed è proprio questo il punto forte del trio emiliano: forti della lezione imparata da Verme e Fine Before You Came, hanno la capacità di trasmettere emozioni forti, soprattutto nei loro spettacoli dal vivo, attraverso testi sempre molto diretti che raccontano problemi e situazioni di vita quotidiana nelle quali è facile immedesimarsi; il tutto condito da una forte ironia, evidente per esempio nel brano Non morirò (“Non morirò mentre registro questo pezzo e ne ho le prove, visto che lo sto riascoltando adesso”). Tra i temi dell’album troviamo poi la malinconia dopo un trasloco (“sarà curioso avere a che fare con chi da sempre ha fatto a meno di noi”), la fine di una storia (“da quando ho più tempo per me non so più a chi prestare attenzione”), i litigi (“son tornato dai miei per farmi ospitare”) o, più semplicemente, il “sentirsi piuttosto bene”.
Musicalmente il trio rimane su un punk rock con venature emo (l’emo vecchio stile dei primi anni ’90) di pregevole fattura, con cori da cantare a squarciagola, spunti di chitarra molto interessanti ed una sezione ritmica mai banale. Interessanti anche i cambi di ritmo che puntellano l’album qua e là, in brani come “Domani è gennaio”, “Non morirò” o “Trasloco”. Un album da ascoltare e riascoltare, che si apprezza sempre di più all’aumentare degli ascolti
Ascolta anche:
- Verme: Vermica (2011)
- Fine Before You Came: Ormai (2012)
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5. THE STORY SO FAR – WHAT YOU DON’T SEE (Pure Noise Records)

Genere: Punk rock, hardcore melodico, pop punk
L’evoluzione del punk, negli anni ’10, ha portato ad una riscoperta dei valori e delle sonorità dell’ hardcore degli anni ’80, rese meno crude dagli inevitabili progressi della qualità delle registrazioni e dalle influenze del pop punk/punk revival che ha dominato negli scorsi 20 anni. I The Story So Far si inseriscono in questo contesto e sviluppano il loro sound inconfondibile, trovandosi in pochi anni ad essere i migliori sulla piazza.
Con il loro album di debutto, “Under soil and dirt” del 2011, mi avevano stupito per la spiccata capacità di creare perfette melodie da sing-along, cantate in maniera impeccabile dall’incazzatissimo frontman Parker Cannon, per gli intrecci tra le armonie delle due chitarre e per i frequenti cambi di ritmo presenti all’interno dei brani, in cui si passa da tempi strettamente hardcore a continui breakdown sui quali è impossibile non agitare la testa avanti e indietro. Con un album del genere ero sicuro che il secondo mi avrebbe deluso; ed invece i TSSF sono riusciti a superarsi e a far uscire un album che regge perfettamente il confronto con il precedente, del quale forse è addirittura migliore. “What You Don’t See” è infatti la naturale continuazione del loro album d’esordio, stesso sound, stessa rabbia, stessa voglia di far cantare il pubblico, tanto che i due album potrebbero essere le due facce del medesimo LP. E’ vero che in genere è più apprezzabile quando una band si evolve nel corso del tempo; ma quando si ha così tanto da offrire, è comprensibile che una band voglia battere il ferro finchè è caldo e sfruttare al meglio il proprio stato di grazia compositiva. Stato di grazia che si concretizza in brani come la opening track “Things I can’t change”, “Glass”, il singolo “Empty space” e quello che è sicuramente il pezzo migliore dell’album, “Right here”, una pura esplosione di headbanging, esaltazione e sing-along.
Fiducioso che il quintetto di Walnut Creek riuscirà a stupirmi anche con il terzo album, vado a ripensare al momento in cui ho urlato a squarciagola i loro brani al concerto di Milano di un paio di mesi fa. Incredibili.
Ascolta anche:
- The Story So Far: Under Soil and Dirt (2011)
- Such Gold: Pedestals (2010)
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6. DEAFHEAVEN – SUNBATHER (Deathwish)
Genere: Post rock, death metal
La prima sensazione che crea l’ascolto di questo album è sicuramente una: lo stupore, sia esso inteso con accezione positiva o negativa. Sono molto poche infatti le band in grado di creare un sound simile a quello proposto dai Deafheaven, al loro secondo album in studio.
La band sembra infatti spaccata in due parti: la prima, composta da batteria e voce, suona un death metal veloce, incazzato, urlato ed assordante, con un elevatissimo tasso tecnico (il batterista, in particolare, è un fiume in piena di blast beat e doppio pedale); la seconda, invece, composta da chitarre e basso, crea atmosfere prettamente post-rock, sia grazie ad echi e riverberi delle chitarre, sia grazie a progressioni armoniche relativamente semplici che non si lasciano andare a particolari virtuosismi.
Queste due facce della stessa medaglia vengono poi mixate assieme da una produzione tutt’altro che death metal: oltre ai riverberi di cui sopra, si nota con grande piacere un suono di batteria “puro” e non contaminato da trigger, e la voce del frontman George Clarke presente quasi in lontananza sotto il muro di chitarre e batteria.
In più, oltre all’ ottima capacità di fare casino, la band dimostra anche una grande abilità (e furbizia) nello scrivere pezzi più intimi e di atmosfera, come la seconda traccia dell’album, “Irresistible”, un crescendo degno dei migliori Sigur Ros, o “Please remember”, che potrebbe essere uscita da un album dei 65daysofstatic, senza contare gli intermezzi riflessivi dei mastodontici brani da oltre 10 minuti come “Vertigo” o la closing track “The pecan tree”.
Insomma un album da ascoltare per capire che di orizzonti musicali da esplorare se ne possono trovare anche al giorno d’oggi, con un po’ di fantasia e la giusta dose di follia.
Ascolta anche:
- Touchè Amorè: Parting the sea between brightness and me (2011)
- Deafheaven: Roads to Judah (2011)
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7. UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA – II (Jagjaguwar Records)

Genere: Indie, rock, psichedelica
No, non sto recensendo un altro gruppo death metal, state tranquilli. Nonostante il nome luciferino, la band in questione è un trio americano/neozelandese che cavalca l’onda della moda lo-fi/psichedelica/indie, al pari di band come Tame Impala, Dumbo Gets Mad, Foxygen, Los Porcos, etc. Rispetto ai gruppi citati, gli UMO offrono una musica dal taglio più melodico e accessibile, che spesso ricorda l’intelligente spensieratezza degli ultimi Beatles.
I tratti principali dell’album comprendono melodie in falsetto a doppia voce Lennon-McCartney style, chitarre pulite, giri di basso mai banali incastrati alla perfezione con una batteria che a tratti assume un carattere quasi hip hop ed un sound ovattato che tanto piace di questi tempi.
Tra i pezzi migliori del disco ci sono sicuramente “So good at being in trouble”, dalle tinte soul; il singolone “Swim and sleep”, che presenta un riff a doppia chitarra spagnoleggiante e la hendrixiana “Faded in the morning”.
Ascolta anche:
- Tame Impala: Lonerism (2012)
- Dumbo gets mad: Elephants at the door (2011)
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8. ICEAGE – YOU’RE NOTHING (Matador Records)

Genere: Indie, punk, post punk
Gli iceage sono una band danese che si inserisce nel filone delle band underground indie-hardcore che sta tornando alla ribalta negli ultimi anni, sulla falsa riga di quanto accaduto nei primi ’80 negli U.S.A. (date una letta a quella che definirei la mia sacra bibbia, “Our band could be your life” di M. Azerrad, per capire di cosa sto parlando). Come ogni band degna di nota, ovviamente, aggiunge un tocco personale a quanto già sentito ripetutamente in passato.
La particolarità della band in questione è sicuramente la profondissima voce del frontman, che a tratti ricorda quella di Ian Curtis dei Joy Division, dai quali la band è sicuramente stata influenzata e per il sound, e per i testi molto cupi. A questo, la band unisce una base musicale sporca e grezza (complice anche una produzione lo-fi) fortemente radicata nel punk hardcore, scuola Bad Brains e Husker Du; dopo aver ascoltato pezzi come “Ecstasy”, “Coalition” e “In haze”, la vostra voglia di urlare contro un muro (cit.) diventerà insostenibile. Garantito.
Ascolta anche:
- Husker Du: Zen arcade (1984)
- Joy Division: An ideal for living EP (1978)
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9. ELVIS COSTELLO & THE ROOTS – WISE UP GHOST (Blue Note)

Genere: Rock, funk, blues
Un connubio che già solo dal nome mette i brividi per la qualità di quanto fatto nelle rispettive carriere. Quello che a parole è sicuramente uno dei featuring più interessanti degli ultimi anni, non delude nemmeno nei fatti.
La musica proposta, che risente più delle influenze dei Roots che di quelle del genietto inglese, poggia sulla solida base del batterista/produttore ?uestlove, che accompagna la voce grezza di Costello con i suoi loop di batteria ricchi di groove; si potrebbe quasi dire che l’album sia un featuring tra i due, in quanto gli altri strumenti rimangono in secondo piano, fungendo quasi da contorno: un organetto di qua, un fill di chitarra di là, ma non molto altro. Tutto inserito nel posto e nel momento giusto, ovviamente.
Il risultato ottenuto è un disco molto riflessivo, caldo ed avvolgente, il cui unico difetto è la perdita di intensità negli ultimi pezzi dell’album. I brani migliori sono infatti tutti nella prima metà, come l’opening track “Walk us uptown”, dalle tinte reggae, la blueseggiante “Sugar won’t work” e la rootsiana “Refuse to be saved”. Direi che rispetto a tutti i suoi colleghi ultrasessantenni, il buon Costello riesce ad avere ancora un bel tiro. Chapeau.
Ascolta anche:
- DANGERDOOM: The mouse and the mask (2005)
- The Roots: Phrenology (2002)
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10. PARQUET COURTS - LIGHT UP GOLD (What's your rupture?)

Genere: post-punk, indie, psichedelica
Tappeto di chitarre "crunchate", ostinati di batteria, ipnotici loop di basso ed una voce grezza ed a tratti sguaiata alla D. Boon; questi gli ingredienti principali di Light Up Gold, che lo rendono un album degno di entrare di diritto in questa mia classifica.
Sicuramente non dei musicisti eccelsi, i quattro di Brooklyn riescono comunque ad ipnotizzare l'ascoltatore per i 33 minuti dell'album (che da buoni punk riescono a suddividere in 15 brani); qua e là, infatti, il disco assume tratti psichedelici, grazie anche alle ripetizioni ostinate dei riff, come nel caso di "Yr no stoner" o alle progressioni armoniche inesistenti come in "Stoned and starving", fondata su un bordone di DO che percorre gran parte della durata del pezzo; peraltro, questo lato della band viene accentuato ancor di più nelle loro esibizioni dal vivo.
Quando c'è da tirare fuori la grinta, comunque, la band non si fa scrupoli: "Master of my craft", "Borrowed time", "Yonder is closer to the heart", "Light up gold II" sono tutti pezzi di pregevole fattura suonati con un'attitudine che fa invidia, sicuramente molto indebitata con la scena alternative rock indipendente degli anni 80 (Wire su tutti, ma anche Meat Puppets, Minutemen, Mission of Burma, Pavement, ecc.). Insomma i Parquet Courts non inventano nulla di particolarmente nuovo, ma quello che fanno lo fanno in maniera impeccabile.
Ps. per i più attenti, sì, questo album è uscito nel 2012, ma nel 2013 è stato ri-edito dall'etichetta "What's your rupture?" che l'ha reso noto ai più.
Ascolta anche:
- Wire: Pink flag (1977)
- Meat Puppets: Meat Puppets II (1984)
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ALTRI ALBUM CHE MI SONO PIACIUTI
1. Chance the rapper - Acid rap (rap): a volte l'autoproduzione ed il DIY premiano, e Chance the rapper ne sa qualcosa. Ottimo mixtape di rap, pop e soul.
2. Touché Amoré - Is Survived By (punk hardcore): una delle band hc più esaltanti che ci siano in circolazione; non figo come il primo album, ma comunque una bomba.
3. Justin Timberlake - The 20/20 Experience (parte I) (pop, soul): sì, mi è piaciuto davvero e non me ne vergogno (peccato solo per i pezzi tirati troppo in lungo). Anche qui nulla di nuovo, ma fatto come Cristo comanda.
4. Rudimental - Home (elettronica, pop): pur non essendo il genere di musica che prediligo, questo album mi ha stregato fin dai primi secondi di ascolto; "Feel the love" è probabilmente una delle mie canzoni preferite di quest'anno.
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LE MIE DELUSIONI
1. Daft Punk - Random Acces Memories: Qui siamo di fronte ad un paradosso bello e buono: “Get lucky” è sicuramente uno dei miei pezzi preferiti del 2013; e allora perché metti R.A.M. tra le delusioni, chiederete voi? La mia risposta è semplice: proprio per quello. Con un primo singolo di quel calibro, non vedevo l’ora di ascoltare il resto dell’album aspettandomi che ne fosse all’altezza. Ed invece, nonostante ci sia effettivamente qualche altro pezzo degno di nota (vedi “Instant crush” e “Lose yourself to dance”), ho trovato l’ascolto un tantino noioso. Nulla a che vedere con il ritmo e la brillantezza dei pezzi in cui Pharrell ha messo lo zampone. Non che sia un album orribile, intendiamoci, ma sicuramente non eccellente come avrebbe potuto, o per lo meno non eccellente come mi aspettavo. Probabilmente in assenza di Get Lucky avrei ridimensionato il mio pensiero e l’avrei apprezzato di più, ma tant’è. E’ tutta una questione di proporzioni.
2. Kanye West - Yeezus: Dopo aver ascoltato l’ultimo sforzo discografico di colui che molto umilmente si autoproclama il rapper migliore del mondo, mi è venuto in mente quel tale che cagò in un vasetto chiamandolo provocatoriamente “Merda d’artista” e lo vendette a peso d’oro, diventando leggenda (per chi non ne fosse al corrente, in questo disco Kanye rappa sotto basi di musica elettronica-trance degna dei peggiori rave parties). KW ha voluto provocare, e tutto il mondo ha abboccato; forse la sua bravura sta proprio in questo.
3. Pearl Jam - Lightning Bolt: Sarò sicuramente io ad essere troppo nostalgico, ma i P.J. sono una band che, a mio parere, ha smesso di avere qualcosa da dire già da parecchio tempo. Non si può dire che l’album sia inascoltabile, semplicemente è composto da dodici pezzi che ai tempi di Ten non sarebbero probabilmente stati nemmeno delle B-sides. Peccato perché visto il recente ringalluzzimento di Eddie Vedder un po’ ci speravo. Consoliamoci col fatto che dal vivo rimarranno pur sempre una delle band migliori della storia.
4. Queens Of The Stone Age - …Like Clockwork: A parte il singolo “I sat by the ocean”, che è oggettivamente un bel pezzo, ho trovato il disco veramente noioso. Fa strano vedere tutti i big nella classifica delle delusioni dell’anno. Lasciamo spazio ai giovani che è meglio. Si, vale anche per te, Josh.
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THE NEXT BIG THING
Il premio per la band da tenere sott'occhio nel 2014 va a….
RADKEY (punk rock)

Con la doppietta "Radkey EP" e "Devil Fruit EP", in questo 2013 il trio del Missouri ha stregato la stampa musicale di mezzo mondo. Un misto tra Bad Brains e Misfits che non lascerà scampo a nessuno.
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I migliori album del 2012
Il mondo musicale ormai non ha più molto da dire, questa è la mia visione pessimistica della situazione attuale. Negli ultimi anni la qualità della musica non è certo migliorata e quei pochi gruppi che emergono spesso si basano su formule già vincenti in passato. Ciò nonostante, rassegnandoci all'idea che nessuno di questi artisti sarà mai foriero di una nuova rivoluzione culturale, musicale o stilistica, qualcuno che fa ancora qualcosa di buono c'è.
Ecco le 10 recensioni (in ordine casuale) di quelli che personalmente reputo essere stati i migliori album usciti quest'anno - gusti personali, si intende. A seguire troverete qualche titolo che non è entrato in questa mia classifica per un soffio. In coda, invece, le peggiori delusioni dell'anno. Ovviamente se qualcuno avesse qualcosa da consigliarmi non esiti a farlo!
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1. Michael Kiwanuka - Home Again (Polydor Records)

Genere: Soul, blues, acoustic
Un ritorno alle origini, quelle vere: Otis Redding, Sam Cooke, Bill Withers sono sicuramente le voci che maggiormente hanno ispirato questo talentuoso ragazzo di 23 anni di genitori Ugandesi ma di passaporto Inglese.
Già dal primo ascolto non si può non rimanere colpiti dal calore e dall’espressività della sua voce, nonché dall’incredibile immediatezza delle canzoni, che cullano l’ascoltatore per i trentotto minuti di durata dell’album.
Il genere, come detto, è il soul blues classico, accompagnato da una soffice chitarra e da fiati e violini che si intrecciano a meraviglia con le perfette melodie del cantato. Tra le influenze, oltre ai già citati Sam Cooke e Otis Redding, si può trovare il classico sound Motown di artisti come Smokey Robinson & The Miracles, qualcosa di Van Morrison (l’incipit dell’album ricorda infatti quello della sua hit “Moondance”), e anche un po’ di sano swing-jazz che crea un’atmosfera molto intima e calda. Se avete dei figli, fateli addormentare con questo cd e quando saranno grandi vi ringrazieranno. Se non li avete..beh, fateli.
Risultato? Delle dieci canzoni non se ne riesce a trovare una che faccia dire “Questo è chiaramente un pezzo riempitivo”; basterà un solo ascolto dell'album per ritrovarsi subito a fischiettarne le melodie e se il buon Michael facesse un video di ogni canzone, schizzerebbero tutte nella Top 10, assicurato.
Nella speranza di sentire parlare di lui ancora per molto tempo rimane solo l’amarezza di essermi perso il suo concerto di questa primavera!
Ascolta anche:
- Otis Redding: "Otis Blue: Otis Redding Sings Soul" (1966)
- Sam Cooke: "Portrait Of A Legend 1951-1964" (2003)
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2. Japandroids - Celebration Rock (Polyvinyl Records)

Genere: Punk Rock, Garage Rock, Indie
Se si vuol fare musica rock in due, questo è sicuramente il momento adatto (i Black Keys e i “nostri” Bud Spencer Blues Explosion ne sono la prova). I Japandroids non se lo fanno ripetere due volte e nel giro di un paio d’anni sfornano due album uno più bello dell’altro (letteralmente: il secondo più bello del primo). E non sono certo passati inosservati visto che sono già stati insigniti di molti premi dalla critica mondiale e compaiono in pressochè tutte le classifiche di riviste come Rolling Stone o NME.
La loro musica è un punk rock grezzo e al tempo stesso molto melodico, sulla falsa riga di band come Replacements o Husker Du, ma con un’influenza che arriva anche dal garage rock dei Gun Club (di cui coverizzano la bellissima "For the love of Ivy") e dall’indie rock di band come White Stripes o The Strokes. Per chi pensa che per fare del “buon” punk si debba tralasciare l’aspetto più “catchy”, dia un ascolto a questo album e sono sicuro che si ricrederà. Bob Mould docet.
Delle otto tracce che compongono il disco (ecco, forse due o tre in più le avrebbero potute mettere) sono molte quelle degne di nota anche perché ci si ritrova a canticchiarle anche dopo il primo ascolto (il pezzo migliore è sicuramente il primo singolo, “The house that heaven built”, ma ce ne sono almeno altri 3 che reggono perfettamente il confronto). Inoltre, gli amanti del sing-along non rimarranno certo delusi dai frequenti woo-ooo-oo presenti nell’album (e a chi non piacciono, peggio per lui).
Insomma un album divertente, piacevole ma allo stesso tempo veloce, che non da tregua: trentacinque minuti di puro spirito rock n roll.
Ascolta anche:
-Husker Du: "New Day Rising" (1985)
-The Replacements: "Let It Be" (1984)
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3. Dr. John - Locked Down (Nonesuch Records)

Genere: Blues, Jazz, Funk Lui, Dr. John, è ormai un veterano della scena blues-rock americana. Nasce come chitarrista e inizia a farsi conoscere nei primi anni ’60, prima che un incidente all’anulare della mano sinistra, colpito da un proiettile mentre stava cercando di difendere un suo band-mate da una sparatoria, lo constrinse ad abbandonare la 6 corde per concentrarsi sul pianoforte.
L’altro, Dan Auerbach, è il cantante-chitarrista-songwriter dei Black Keys, nonché produttore e chitarrista di questo album.
Da un connubio di questo genere il risultato è assicurato ed infatti quello che ne è uscito è un ottimo prodotto, ricco di influenze e sonorità particolari: si possono trovare una preponderante presenza di blues ma anche tanto funk, jazz, rythm & blues e quel pizzico di pop che, a mio avviso, non guasta mai. Il tutto, portato avanti in maniera magistrale e tutt’altro che banale, offrendo molti spunti interessanti sia per quanto riguarda le sonorità che per, ad esempio, la varietà di strumenti utilizzati (oltre ai canonici chitarra-basso-batteria sono presenti tastiere, organetti, fiati, violini, percussioni). E poi c'è la voce di Dr. John, una vera perla di grezzo e fangoso blues.
E se credete che ci siano voluti mesi per realizzarlo, vi sbagliate: i due si sono conosciuti in studio circa un anno fa, hanno iniziato a jammare, e in nove giorni i pezzi erano tutti bell’e pronti. Questo si chiama fare musica. Ascolta anche:
-The Black Keys “Brothers” (2010)
-Dr. John: "Gris-gris” (1968)
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4. The Men - Open Your Heart (Sacred Bones Records)

Genere: Punk Rock, Alternative Rock, Instrumental Il luogo sono gli Stati Uniti, l’epoca è la seconda metà degli anni ’80 (ma come, non stavi recensendo i migliori album del 2012? Si, spèta momento), la scena è quella della musica indipendente, a cui prendono parte band hardcore, post hardcore e alternative rock che vedono la musica come mezzo di espressione e di ribellione, più che come semplice veicolo per fare soldi: l’estetica DIY nel suo massimo splendore.
No, non sto parlando di una delle band meravigliosamente descritte nel capolavoro di Michael Azerrad “Our band could be your life” (Back Bay Books, 2001), ma solo perché questi quattro ragazzi Newyorkesi, i The Men, sono nati troppo tardi per farne parte.
Ascoltando l’album, il loro terzo, si notano infatti le chiare influenze di gruppi come Sonic Youth (i The Men vengono ironicamente chiamati “Thruston Moore & the E street band”), Dinosaur Jr., Replacements e Husker Du (alcune tra le band del libro sopracitato, appunto), il tutto condito dalla carica furiosa e senza fronzoli del garage rock degli MC5. E il risultato sono dieci tracce che lasciano letteralmente a bocca aperta per la loro spontaneità e genuinità: ascoltare un album senza compromessi e “verace" come questo fa sicuramente il suo effetto.
Altra nota di merito è la bravura nel saper mescolare canzoni prettamente punk rock ad altre più spostate verso la psichedelia stile Sonic Youth e Mission of Burma, molto meno cantate ma comunque decisamente ad effetto (emblematica in tal senso è la triade di canzoni "Country song", "Oscillation" e "Please don't go away", che occupano la parte centrale dell'album prima di esplodere nel singolone "Open your heart").
Concludo dicendo che vederli dal vivo al Ligera di Milano qualche mese fa non ha fatto altro che confermare l’idea che mi ero fatto di loro: furia, punk, sudore e magliette logore. Incredibili. Ascolta anche:
- Sonic Youth: "Daydream Nation” (1988)
- MC5: "Kick Out The Jams” (1969)
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5. Alabama Shakes - Boys & Girls (Rough Trade Records)

Genere: Blues, Rock, Soul
Qui siamo sicuramente di fronte al gruppo esordiente migliore dell’anno. Quattro ragazzi, per la precisione tre ragazzi ed una ragazza, provenienti dall’Alabama, un sound caldo e coinvolgente che unisce una base strumentale prettamente southern blues ad una straordinaria voce femminile con tonalità soul, che ci rimanda indietro nel tempo a quando una certa Janis Joplin infuocava i palchi di tutta America.
Il risultato finale accontenta un po’ tutti: una sezione ritmica ricca di groove in puro stile “black”, un sound di chitarra caldo e sincopato (molto Hendrixiano/Claptoniano), melodie vocali soul-gospel eseguite magistralmente dalla frontman Brittany Howard, il tutto contornato qua e là da organetti 70’s che danno quel tocco in più che fa la differenza.
I 12 pezzi che compongono l’album di debutto di questa fantastica band scorrono veloci e proiettano l’ascoltatore in un’altra dimensione: durante l’ascolto sembra quasi di trovarsi nel sud degli Stati Uniti sulla veranda di una casa in legno, seduti su di una sedia a dondolo e con una spiga di grano penzolante dalla bocca. E’ lì che tutto è nato ed è lì che stannopian piano ritornando. E non è una semplice ripetizione di ciò che è già stato fatto, ma una piacevole evoluzione. Ascolta anche:
- Big Brother & The Holding Company: "Cheap Thrills” (1968)
- Aretha Franklin: "Aretha: Lady Soul” (1968)
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6. Jack White - Blunderbuss (Columbia Records)

Genere: Blues, Rock, Alternative rock
Jack White non ha bisogno di presentazioni: mente e tuttofare dei White Stripes, chitarrista dei Raconteurs e dei Dead Weather, questo fantastico musicista ha iniziato da poco a lavorare anche per conto suo. Ognuna di queste esperienze, peraltro, portata avanti con ottimi risultati
Il genere, bisogna dirlo, non è una novità: un blues rock molto caldo e di pregievole fattura, orecchiabile quanto basta per canticchiarne i pezzi migliori. Del resto Jack White sembra aver trovato la sua formula vincente e chi lo schioda più? Forse però una mente così brillante potrebbe essere in grado di partorire qualcosa di diverso ogni tanto; non dico di seguire le gesta di Mr. Albarn o Mr. Patton, però cambiare un po’ genere metterebbe alla prova il musicista che è in lui.
Fatta questa critica, se così la vogliamo chiamare, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare: nel genere lui è in assoluto uno dei migliori e le canzoni che compongono l’album sono comunque tutte ottime, con influenze cha vanno dai Blue Cheer, ai Led Zepplin, ai Grateful Dead (“Hip poor Boy” potrebbe essere un loro pezzo), alle ballate tradizionali della title track, al rock 60's di "I'm shakin'" e, ovviamente, ai White Stripes. Cavallo che vince non si cambia.
Ascolta anche:
- The Dead Weather: "Horehound" (2009)
- The White Stripes: "Elephant” (2002) -------------------------------------------------------------- 7. Joey Cape & Tony Sly - Acoustic Vol. 2 (Fat Wreck Chords)

Genere: Acoustic punk Finalmente l’hanno fatto! Hanno fatto il seguito di Acoustic! Quando il mio amico Pietro me lo ha detto non ci volevo credere.
Stiamo parlando di due leggende dell’hardcore melodico che negli anni ’90 e ’00 hanno solcato il terreno di mezzo mondo con le loro band (rispettivamente Lagwagon e No Use For A Name) e che nell’ormai lontano 2004 avevano deciso di rallentare i toni facendo uscire un album (capolavoro, a mio avviso) intitolato, appunto, Acoustic, nel quale ognuno ha eseguito canzoni della propria band in versione acustica per un totale di 12 tracce, sei per ciascuno. Da lì in poi, altri punk rockers hanno seguito le loro orme iniziando a registrare album solisti in acustico (vedi i recenti lavori di Mike Herrera degli Mxpx, Chuck Ragan degli Hot Water Music o dello stesso Joey Cape). La nuova moda del punk è scoppiata.
Ecco, l’album oggetto di questa recensione si inserisce in questo nuovo filone ed è il seguito di quello poc'anzi descritto, stessi autori, stessa formula, stesso risultato: una figata.
In questo caso non posso dire di essere un arbitro imparziale, lo ammetto; questi due gruppi quando ero ragazzino mi hanno fatto impazzire e se facessero la pipì in un vasetto probabilmente (leggi “sicuramente”) mi piacerebbe. Scherzi a parte, a mio avviso questo è un album che merita davvero, in quanto i pezzi scelti sono quasi tutti pezzi da 90 dei rispettivi gruppi di appartenenza (troviamo, tra gli altri, “I must be hateful”, “Know it all” e “Confessions” per Joey Cape e “Black box”, “Soulmate” e “Chasing rainbows” per Tony Sly) e si prestano alla perfezione ad essere eseguite in acustico. La metà dedicata a Tony Sly, in particolare, l’ho trovata molto emozionante soprattutto grazie all’utilizzo di una fisarmonica che crea un’atmosfera particolarmente suggestiva (“Black Box” è letteralmente da pelle d’oca). La parte dedicata a Joey Cape invece è più essenziale, chitarra, voce e talvolta pianoforte, ma comunque ad effetto grazie alla sua voce molto avvolgente, già ben abituata a questo tipo di esperimenti musicali (vedi la sua carriera solista).
Si badi, non stiamo parlando di un disco rivoluzionario; siamo semplicemente di fronte ad una rivisitazione in chiave acustica di alcuni brani già esistenti (più due inediti, uno per parte) ed essendo pezzi già molto melodici il lavoro non dev'essere stato particolarmente difficile. Ciò nonostante, a chi abbia voglia di un cd rilassante, easy listening ma allo stesso tempo molto intenso ne consiglio vivamente l'ascolto.
Ps. Questa recensione è stata scritta, casualmente, qualche ora prima della morte di Tony Sly, il primo di agosto scorso. Posso solo dire che il vuoto lasciato da questo incredibile artista sarà incolmabile. Grazie per tutte le gioie che mi hai regalato con le tue canzoni, grazie per avermi accompagnato nella mia adolescenza, rimarrai per sempre uno dei migliori.
Ascolta anche:
- Joey Cape & Tony Sly: "Acoustic" (2004)
- Joey Cape: “Liverbirds” (2010)
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8. Rocket Juice & The Moon - Rocket Juice & The Moon (Honest Jon's)

Genere: Afrobeat, funk, jazz
Nel numero di Rolling Stone di aprile veniva dato molto spazio alla recensione di questo album; così, incuriosito, ho iniziato a leggerla e cosa scopro? Che nella band figurano due mostri sacri come Damon Albarn (Blur e Gorillaz) e Flea dei Red Hot. Ancor prima di averlo sentito, questo album mi piaceva già. Vado avanti a leggere e apprendo che il terzo componente della band si chiama Tony Allen, batterista noto nell'ambiente afrobeat ed attivo sin dagli anni 70 nella band del pioniere del genere, la leggenda Fela Kuti; e già dai primissimi secondi di ascolto si coglie la netta influenza che quest'ultimo ha avuto sulla composizione (se di "composizione" si può parlare) di questo album: il genere infatti è una musica africana con tinte jazz, funky ed elettroniche, spesso solo strumentale ma talvolta accompagnata alla voce da vari ospiti tra cui spiccano Erykah Badu, il rapper africano M.anifest e, in una canzone, lo stesso Albarn.
L'aspetto migliore di questo album è sicuramente il groove creato dai tre musicisti (le linee di basso di Flea sono semplicemente uniche) e dalla sezione fiati, gentilmente presa in prestito dagli Hypnotic Brass Ensamble (che non conoscevo ma sono ottimi, li consiglio); durante l'ascolto si entra letteralmente in uno stato di trance per 53 minuti: l'unica cosa da fare è rilassarsi e lasciarsi trasportare dai ritmi tribali e dalle atmosfere sognanti del disco create dal cosiddetto "endless groove".
Che dire di più, se non che in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui viene riproposta sempre la solita solfa, vedere artisti che si rimettono in discussione che e vanno ad esplorare mondi totalmente nuovi e distanti anni luce da quelli che avevano conosciuto in precedenza è, per quanto mi riguarda, una nota di merito, a prescindere da quello che sarà poi il prodotto finito.
Insomma, per chiunque abbia voglia di sentire un'oretta di musica (musica vecchio stile, spontanea, suonata, jammata), staccandosi per un attimo dall'idea di trovare un singolo per forza ma provare a gustare un album nella sua interezza, questo farà sicuramente al caso suo.
Ascolta anche:
-Hypnotic Brass Ensamble: "Hypnotic Brass Ensamble" (2007)
-Fela Kuti: "Zombie" (1977) --------------------------------------------------------------
9. Muse - The 2nd Law (Warner)

Genere: Rock, Experimental, Eclectic rock
Di solito quando si nutrono troppe aspettative su qualcosa si rimane sistematicamente delusi. Beh, esistono le eccezioni e questo album rientra sicuramente in questa categoria. Non c'è veramente nulla che non vada nel nuovo sforzo (il sesto in ordine di tempo) di Matthew Bellamy e soci: tutto è studiato nei minimi dettagli, dagli arrangiamenti maestosi dell'orchestra, alle linee vocali, alle dinamiche, al sound e chi più ne ha più ne metta.
Di album così eclettici ne ho sentiti pochi e proprio per questo sono rimasto a bocca aperta sin dal primo ascolto. Si passa infatti dal sound classico del trio inglese, alle sonorità funky in stile Prince di "Panic Station" (forse il mio pezzo preferito dell'album), alle sinfonie quasi da colonna sonora di "Prelude", al rock degli U2 in "Big Freeze", all'hard rock dei Queens of the stone age in "Liquid State", arrivando addirittura alla dubstep di "Unsustainable" (tutta suonata con strumenti veri, ovviamente). E nella stesura dei brani hanno sicuramente fatto tesoro della lezione imparata da Phil Spector e dal suo marchio di fabbrica, il "Wall of sound": tutti i brani sono infatti sapientemente accompagnati da un'orchestra che li rende delle vere e proprie opere in miniatura.
Si potrebbe passare ore a descrivere la beltà di questo album, ma sinceramente preferisco finire qui e lasciarvi tutto il tempo di gustarvelo e di apprezzare con le vostre orecchie di cosa stiamo parlando. Geniali.
Ascolta anche:
- Muse: Origin of symmetry (2001)
- Muse: Black holes and revelations (2006)
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10. Gary Clark Jr. - Blak and Blu (Warner)

Genere: Blues, Soul, Hip Hop
Ascoltare degli album così è sempre una gioia. Questo ragazzo ha preso tutto ciò che di buono hanno fatto i neri per quanto riguarda la musica, e l'ha mixato in questo album, in cui troviamo blues, soul, hip hop e pop.
Nonostante siamo davanti ad un disco di 15 tracce per un totale di una settantina di minuti (prova che al giorno d'oggi è ancora possibile fare un disco così lungo, evvai!) ogni traccia scivola via piacevolmente, grazie ad un sound accattivante che ricorda a tratti i Black Keys, ma con una produzione decisamente più pulita. Anche da questo punto di vista infatti il lavoro è impeccabile: sia i suoni che gli arrangiamenti di tutti gli strumenti (non i soliti 3, ma anche tastiere, fiati, archi) sono notevoli, nonostante il disco abbia uno stile abbastanza eterogeneo.
Tra le tracce, tutte comunque molto orecchiabili, sono sicuramente degne di nota il grande successo Bright Lights, la più hip-hop "The life" (numero uno, per me), "Next door neighbour blues" che si rifa al blues delle radici in stile Robert Johnson e la bellissima "Third stone from the sun", gentilmente presa in prestito da Jimi Hendrix.
Consiglio inoltre la versione con due bonus tracks, in quanto una delle due, "Breakdown", è a mio avviso uno dei pezzi migliori del disco.
Ascolta anche:
- Black Keys: Brothers (2010)
- Black Keys: El camino (2011)
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Album che non sono entrati nella top 10 per un soffio, ma di cui consiglio vivamente l'ascolto:
11. Opossom - Electric Hawaii (chillout, pop): grazie a thegreatmixtape per il suggerimento! Disco piacevole ed estivo.
12. Cloud Nothings - Attack on memory (alternative, punk rock): ritorniamo al libro "Our band could be your life": stesso sound, stesso spirito.
13. The Script - #3 (pop rock): Non ne ho mai abbastanza di questa fantastica band; appuntamento il 29 gennaio all'Alcatraz!
14. Ty Segall Band - Slaughterhouse (garage, psychedelic rock): se vi sono piaciuti i The Men, consiglio vivamente anche questo album.
15. Of Monsters And Men - My Head Is An Animal (pop rock, folk): non c'è solo la hit mondiale dell'estate "Little talks": tutto il cd è veramente ottimo (ma che je fanno a 'sti islandesi??)
16. Ceremony - Zoo (garage rock, punk): avrete ormai capito che mi sto strippando con il garage rock!
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Le peggiori delusioni del 2012: 1. The Mars Volta - Nocturniquet: nulla a che vedere con i loro primi due capolavori ("De-loused In The Comatorium" e "Frances The Mute"). Ormai sembrano avere decisamente poco da dire e il risultato è tanta, tanta noia.
2. Green Day - Uno!: Mi aspettavo che questo album non sarebbe mai riuscito a reggere il confronto con gli altri, ma nel profondo una piccola speranza la nutrivo comunque. Dopo aver sentito il primo singolo, tuttavia, l'ho persa del tutto. Anche se gli altri pezzi sono effettivamente meglio di Oh Love (e non è che ci voglia molto) resta comunque un album non all'altezza, perlomeno sapendo cosa hanno fatto questi tre matti in passato. Mi sa tanto che siamo all'inizio della fine.
3. No Doubt - Push and Shove: Se vi è piaciuta la carriera solista di Gwen Stefani, allora potreste avere qualche possibilità di apprezzare questo album. Se, come me, preferivate i No Doubt vecchio stampo (quelli di Tragic Kingdom, per intenderci) allora questo cd non fa per voi.
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