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#ch: grace elizabeth dickens
darcyelmxr · 7 years
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parte 1. parte 2. parte 3.
( Tenuta Redwood, Yorkshire | 18 dicembre 1860 )
✘Barone Redwood & Grace Dickens ✘
Grace fa come le viene domandato, allungando quel suo bel volto puro e genuino in un sorriso preoccupato e chiaramente bonario. Fa un piccolo inchino, inclinandosi verso il basso di qualche grado e poi tornando su subito dopo, compiendo mezzo giro su se stessa per poi allontanarsi con il solito passo placido ed leggero, la punta delle scarpette in stoffa che batte appena, e poi quel tallone che riecheggia lungo il corridoio di legno lasciando poi Darcy, da sola, in compagnia dei suoi pensieri.
Una volta che l’esorcista rimane sola, quello che le rimane è solamente la possibilità di lasciarsi andare alle lacrime anche per un breve momento, su quel letto alto e cigolante, il candelabro lasciato morire da una parte mentre fuori dalla tempesta quel forte vento prende sempre più forte. Sembra quasi sussurrarle qualcosa, parlarle mentre urla dentro le trombe dei caminetti, ululando, piangendo in maniera del tutto disperata. E mentre la donna si ritrova a riflettere ad un modo, mentre fa dei calcoli che i grandi occhi nocciola bagnate dalle lacrime, in poco tempo viene colta da uno strano torpore, un sonno improvviso al quale non si riesce a sottrarre. Così il passo dai pensieri al sonno è rapito e indolore, cala come una spada di Damocle. Chiude le palpebre senza nemmeno rendersene conto, cullata in un dormiveglia che le provoca comunque una sensazione di calma, regolarizza il suo respiro e il suo battito cardiaco. La situazione intorno scompare, percepisce vagamente il fischio del vento.
Sogna.
Non è possibile definire la natura di questo sogno, tanto che è composto da tanti piccoli frammenti sconnessi tra di loro, animazione mentali che si proiettano dentro la sua testa. Il rumore è come quello di una serratura che cede, la maniglia che si abbassa lentamente, la porta che non si apre del tutto ancora il silenzio mentre vede se stessa muoversi come un fantasma in quella grande casa: i mobili antichi e mobili moderni si fondono, il passato con il presente disegna profili unici al quale la donna non è molto interessata. “Uno specchio”.E’ la sua stessa voce che riecheggia in una notte come tante altre, con i piedi nudi mentre indossa una camicia da notte lunga e bianca. Stringe un candelabro tra le mani, due candele accese che lasciano scie luminose nell’oscurità. La casa dorme così come i suoi abitanti. Quasi tutti almeno. Da un piccolo studio di quel piano, una debole luce viene proiettata da alcuni centimetri compresi tra la porta e lo stipite. La luce proviene da un caminetto e due figure sembrano parlare tra di loro. Una è alta e affilata come la lama di un coltello, l’altra è più minuta e morbida alla vista. Sono il Barone e Grace immersi in una discussione che Darcy non riesce a mettere a fuoco. Sembrano bisbigliare rapidamente, poi qualche parola viene colta ma che al momento non sembrano ancora dare un senso ad un discorso. Poi come per magia tutto diventa nitido, chiaro e un qualche frase può essere compresa anche dall’esorcista.
« Sta per succedere. Di nuovo », è la voce del Barone che al momento pare essere preoccupata. Sita vicino al caminetto, con il gomito poggiato sul bordo, la mano chiusa a tenere il capo, lo sguardo proiettato verso il fuoco vivo, con la sua luce calda che lo rende più umano. Una figura così familiare quanto dolorosa. Gli assomiglia così tanto ma non è lui, non è il suo Demien.
« Dobbiamo stare attenti. Se lei dovesse scoprirlo, finirebbe come l’ultima volta » la donna bionda intreccia le dita, mentre siede in una piccola poltroncina con gli occhi azzurri proiettati verso il padrone di casa, preoccupata a sua volta.
« Non deve saperlo in alcun modo », è sempre lui a parlare ma nel suo sguardo vi è una luce sofferente, con un po’ di empatia è facile comprenderlo. Sul finale posa lo sguardo su Grace e le sorride «Non sbaglierò un’altra volta » ed è in quel momento che è come se il Barone, alzasse gli occhi verso la porta, tanto che per un momento i loro sguardi si intrecciano e Darcy può rendersi perfettamente conto di essere stata individuata ma trattandosi di un sogno, lo scenario cambia ancora una volta. Stavolta, sita in una piccola stanza, sempre una sorta di ripostiglio, ci sono lenzuola che coprono un po’ di tutto, quella vista le farà ritornare alla mente quel giorno ad Abbey Road, in compagnia di Demien alla ricerca delle vecchie cose di Rose. La tentazione nel frugare sarà troppo alta per lei e comincerà a frugare, a levare uno dopo l’altro tutte quelle lenzuola impolverate, perché sa che lo deve fare ma non sa il motivo. Così uno dopo l’altro, come una matta comincia a togliere tutto. SI perde il conto e quello che trova sono vecchi oggetti, mobilie, scatole, bauli contenenti chissà che cosa, vecchi giocattoli. Poi infine, rimane uno alto, nascosto nella stanza, vagamente inquietante dato che sembra contenere sotto una persona ed in effetti, tale lenzuolo poi prende a muoversi verso di lei, lentamente, abbassandosi fino a cadere all’improvviso lasciando il vuoto e solo un grosso specchio nero attaccato alla parete. Situazione sicuramente inquietante e spaventosa ma quello parrebbe essere l’unico specchio della casa. Di ottima fattura, piuttosto grande da contenere interamente una figura di due metri in altezza e un metro in larghezza. Darcy potrà benissimo vedere il suo rifletto, lei con i lunghi capelli bruni, la carnagione olivastra, la camicia da notte lunga e scura. Avvicinandosi potrà notare molti dettagli tra cui prima la superficie dello specchio che comincia a vibrare, poi un leggero ticchettio, come di qualcuno che bussa dall’altra parte della superficie riflettente. Poi come nei peggior film horror il suo riflesso salterà fuori dallo specchio avvolgendole le mani gelide contro il collo sottile e provando a strangolarla.
Sarà allora che si sveglierà di soprassalto, sudata e con il volto del Barone che la sovrasta del tutto dall’alto « Si è svegliata finalmente » il tono vagamente preoccupato mentre  un altro sospiro – quello di Grace – fa ecco alle parole dell’uomo. E’ sempre lui poi a poggiare una mano sulla fronte di Darcy, è calda nonostante tutto e pare controllare se abbia la febbre o meno.
« Grace portami dell’acqua e qualcosa per tirarla su, per favore  » .
La bionda annuisce ancora una volta è scompare, da una parte del comodino è possibile cogliere un vassoio con qualcosa da mangiare, quello che la donna aveva promesso di portare all’esorcista. Rimangono da soli per il momento, sta in piedi vicino al suo letto, ma il candelabro è di nuovo al suo posto.
« Grace vi ha sentito urlare. Chiamavate qualcuno. La porta era aperta così poi è corsa a chiamarmi » commenta tirando indietro la mano e poi andando a sedersi nel bordo del letto in maniera più rilassata meno impostata «Come vi sentite? »
✘Darcy Elmer✘
A occhi chiusi e con il viso ancora umido, la Canadese lotta contro lo sconforto e resta aggrappata alla speranza accesa della prospettiva di venir riunita a Ethan di lì a poche ore. Reclina il capo di lato, così che testa e spalla incontrino il momentaneo supporto di una della colonne del baldacchino, e confonde il torpore con la stanchezza; non ha coscienza di star scivolando nel sonno; i gemiti del vento invernale mutano in sospiri lontani, e mentre la mente viene trascinata sui sentieri di un incubo oscuro e frastagliato, le energie smettono di sorreggere il corpo. Darcy scivola sulla schiena; un braccio steso lungo il busto, l’altro piegato sul corsetto e una pozza di capelli corvini che si allarga attorno alla testa immobile.  
                                                                      [...]
Si sveglia con un sussulto. Il cuore batte fortissimo, la fronte è calda e madida di sudore e lo sguardo appannato. Le riverbera in testa l’eco di un urlo di donna ― la sua stessa voce? ― mentre altre voci le scorrono attorno. Qualcuno le tocca la fronte. Il primo dettaglio che mette a fuoco è il viso del Barone, chino su di lei; nello stordimento generale, si ritrova a mormorare qualcosa. È un sussurro roco, pronunciato a voce bassissima e spezzata, come la supplica di chi sembra sul punto di scoppiare in un pianto. ‹ ...Demien... ›
Ma l’uomo che si è appena seduto sul bordo del letto, dopo aver dato istruzioni a Grace, e che ora le sta parlando NON è Demien. E la ritrovata consapevolezza di essere ancora bloccata là, in una camera da letto della magione battuta dalla tramontana e dalla neve, in un altro tempo, completamente sola le ferisce il petto con la violenza di un fendente. La domanda finale di Thomas non riceve risposta: l’ospite non parla e non si muove, eccezion fatta per il lento distogliere lo sguardo dal viso dell’aristocratico.
Fissa il baldacchino. Serra le labbra pallide e deglutisce; riesce quasi a sentire le due spettrali mani ancora serrate attorno al suo collo. L’incubo è stato confuso, ma le poche immagini hanno lasciato un vivido ricordo. Fin troppo vivido. Possibile che sia stata tutta una suggestione? Possibile che sia stato lo sfogo del suo inconscio, arrivato a un punto di rottura dopo i traumi delle ultime ore? È possibile, sì, eppure... Darcy muove di scatto una mano e tenta di aggrapparsi al braccio di Thomas, appena sopra l’incavo del gomito. Fosse riuscita nel movimento, la sua stretta diventerebbe presto ferrea, tenace, quasi minacciosa. E se anche Thomas tentasse di mettere immediatamente fine a quel contatto fisico, lei finirebbe comunque per tornare a posare lo sguardo castano sul viso di lui. Ne cerca con ostinazione gli occhi. E, una volta trovati, lo sguardo dei vi resta incatenato. 
‹ Se di tutti i luoghi e le epoche, sono stata mandata fin qui, non può essere solo un caso › asserisce; la voce è ancora un poco più roca del normale, ma colma della risolutezza data dall'esasperazione. ‹ Deve esserci... › Si corregge: ‹ C’è un motivo. E c’è qualcosa di sbagliato in questa casa. E qualcosa di innaturale nella vostra famiglia, lo so. ― Ho fatto un sogno... ma sembrava... più di un sogno. › ... ‹ Che fine hanno fatto gli specchi? ― Ditemelo. Parlatemi. E potrei essere in grado di aiutarvi. ›
THOMA & GRACE
Il barone rimane fisso accanto a lei, il corpo piegato in avanti, il volto intento a scrutare l’ospite mentre ella poco alla volta riprende coscienza. Pare affilare lo sguardo solamente quando quel nome viene menzionato, le palpebre tremano, poi distoglie lo sguardo altrove, gli occhi grigi corrono contro i vetri della finestra, coperti da una leggera tenda bianca che offre ai due una certa intimità. Fuori il vento si lamenta, ulula come un lupo selvatico, pare quasi che parli. La donna si risveglia, poi distoglie lo sguardo a sua volta, entrambi guardano altrove, volano in pensieri là dove nessuno lo sa, ognuno ignaro dell’altro ma collegati tra di loro da uno strano fato che gli ha messi in gioco proprio in quel luogo.
Thomas ritorna su di lei solamente quando la mano di Darcy si stringe contro il suo braccio, prima fissa quelle dita scura e poi torna sulla figura gradevole della donna, gli occhi plumbei che a lei sembrano tanto familiari. L’esorcista dal canto suo potrà sentirlo irrigidirsi appena sotto quel tocco, qualcosa che si ripercuote poi nel volto, è appena percettibile ma chiaramente non si sente a suo agio. Le labbra sottili che si tendono, i tratti che appaiono ancora più affilati del solito ma che di certo non va a discapito della sua bellezza algida e apparentemente distaccata. Però gli sguardi sono uno sopra quello dell’altro, intensi come non mai. Lei potrà benissimo capire che lui la sta “ascoltando” con tutta la serietà di cui dispone. Ha la sua attenzione.
«Mi sembrate confusa… » è la voce marcata ed inglese dell’uomo che si fa appena più schivo ma pare rompersi qualcosa nel suo sguardo sul finale. Gli occhi grigi si inondano di quella malinconia che ricorda molto il rimpianto che Demien aveva per Rose appena si sono conosciuti.
«Cerchiamo sempre un maggiore significato nei nostri sogni perché non accettiamo la  realtà…» sospira piano continuando a guardarla «Ma per quanto vogliamo la realtà è una sola…» la mano libera poi si sposta, per andare poi a posarsi sopra quella della donna che al momento sosta ancora sopra il suo braccio. La poggia con una certa delicatezza abbassando poi lo sguardo verso il leggero tocco caldo da esso provocato, chiude gli occhi per due interi secondi, per riaprirli poi subito dopo. Le palpebre che tremano ancora, che si sollevano mentre le iridi grigi cercano quelle color cioccolato fondente di Darcy. «Non siete in grado di aiutarmi…» esplica lui facendosi appena più serio «Non cercate gli specchi, fidatevi di me…» comunica in questa maniera rimanendo sempre serio «Siete mia ospite e non vi capiterà nulla. Mi occuperò io di voi» non è chiaro come ma insomma, pare che lui voglia farsi carico di tutto. Le sta dicendo di non far nulla, di rimanere lì, di fidarsi, di attendere chissà che cosa.
«Impicciarsi potrebbe rivelarsi pericoloso…» un altro lungo respiro mentre sempre che lei non abbia già fatto, si sottrarrà alla presa di lei «Ve lo dico per il vostro bene. Non vi immischiate» appena più serio, la sua dolcezza pare essere scomparsa dal volto. Si solleva dal letto lasciando poi lo spazio necessario alla ragazza per sistemarsi appena sul letto o per avere un po’ di spazio.
Grace ricompare magicamente proprio in quel momento, con un vassoio, dell’acqua e qualcosa da mangiare. Thomas fa un cenno verso di lei, come per farla accomodare, e senza aggiungere altro poi si allontana e lascia la stanza senza voltarsi, i suoi passi si disperdono poco alla volta mischiandosi con il rumore violento del vento contro le pareti. I vetri tremano appena e Grace si muove con calma dentro la stanza di Darcy, posa il vassoio sopra il comodino e poi va a chiudere la porta con delicatezza in modo che nessun altro possa osservare all’interno della stanza. Versa dell’acqua dentro un bicchiere di vetro e poi lo porge verso di lei.
«Come state?» domanda con calma mentre pare che il tempo sia trascorso piuttosto celermente «Stiamo preparando la cena ma nel frattempo potete mangiare un po’ della focaccia che ha preparato Mary, la nostra cuoca…» continua a parlare. «Avete dormito per un bel po’, vi sentite più riposata?» in effetti a Darcy sarà parso di aver dormito per pochi minuti ma in realtà è già sera e lo potrà notare dal fatto che fuori la luce sia calata bruscamente.
«Volevo solo avvisarvi che mr. Ethan è rientrato poco fa. Visto che volevate parlare con lui, ho pensato che vi facesse piacere saperlo.»
DARCY ELMER
Con la testa affondata tra gli ampi cuscini e il viso leggermente voltato in direzione del Barone, la donna resta in silenzio. Guizzi di micro-espressioni attraversano i lineamenti marcati; sospetto, insofferenza, impazienza. Alla fine, tutto si cementa in una facciata stoica. Questa è la reazione al gesto di Thomas di toccarle la mano e al decretare che lei non può aiutarli. Vorrebbe ribattere che l'obiettivo primario è aiutare sé stessa... a tornare a casa, ma decide di tacere. Ascolta il resto delle parole del Barone e, pian piano, allenta la presa dal braccio dell’uomo; non fosse per la mano di lui, lascerebbe scivolare via le dita verso il proprio ventre.
Dischiude le labbra arse e screpolate e in quel momento la porta della camera si apre, GRACE entra nella stanza e il peso del Barone abbandona il materasso. E allora la riluttante ospite si limita a seguire con uno sguardo contrito l’allontanarsi dell’uomo; poi, con la lentezza e la mancanza di coordinazione dettata dalla stanchezza mentale, si solleva a sedere, mette i piedi a terra e si alza in piedi. Barcolla fino alla colonna del baldacchino e vi rimane accanto, con una mano appoggiata al legno intagliato.
‹ Grazie... › ― del cibo e della focaccia. Occhieggia verso le tende della finestra, cercando vanamente di capire quanto abbia effettivamente dormito. La stoffa nasconde il buio della sera, spazzata dalla tempesta di neve, e i vecchi infissi si lasciano scuotere dall’incessante ruggito del vento. La donna torna a guardare Grace; le sopracciglia si alzano, poi le labbra si serrano per trattenere un sospiro che trova la via di fuga in un rapidissimo allargarsi delle narici. ‹ Finalmente... › borbotta, principalmente a sé stessa; finalmente! La prospettiva di incontrare Ethan è la luce in fondo al buio ma lei è troppo sottosopra per scoppiare di nuovo in una qualsiasi emozione violenta. Lo stomaco borbotta, i piedi strascinano e le mani vanno a raccogliere la focaccia. La spezza a metà, se ne porta un pezzo alla bocca; morde, mastica, inghiotte. ‹ Vorrei vederlo il prima possibile ma suppongo che dovrò... dovrò aspettare la cena per parlare con lui? › Mangia e studia Grace. ‹ Eh... mmh... sarà il caso che mi presentabile... per la cena, intendo. › ... ‹ In tutta sincerità: non mi sento dell’umore giusto per socializzare. ›
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darcyelmxr · 8 years
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                                     A WOMAN OUT OF TIME
parte 1. parte 2. 
( Tenuta Redwood, Yorkshire | 18 dicembre 1860 )
✘ Thomas Redwood & Grace Dickens.
Il barone prova ad aiutarla, l'istinto è quello, per cui inclinando il corpo in avanti si rende perfettamente conto del disagio che provoca nell'altra, tanto che si ritrova a sua volta ad esitare. Sbatte le palpebre con una lentezza tale che Darcy potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad una statua di sale. Distoglie lo sguardo indirizzandolo verso il caminetto ove le linguette di fuoco ondeggiano nel riflesso dei suoi occhi grigio fumo addolcendoli. La mascella pare irrigidirsi, i tratti sembrano ancora più affilati del solito mentre il volto ritorna indietro, in direzione della donna. « Il fatto che io sono sia nato bianco e con certi privilegi fa di me una figura paurosa, per voi? O solamente per quello che racconta la gente? » vi è una certa incertezza nel suo perfetto accento inglese, nel suo modo di parlare così simile a Demien, seppur vi sia una maggiore accuratezza dei dettagli, dell'utilizzo impeccabile di verbi e grammatica. Grace pare impallidire sul finire, sbianca del tutto posando lo sguardo su di lui e poi su Darcy, farebbe quasi per aprire bocca, per dire qualcosa ma un movimento della mano del padrone di casa la fa desisterebbe nell'immediato. Coglie perfettamente tutte le sfumature nella voce della donna, affilando lo sguardo verso di essa. « Non vi devo piacere per forza. Io vi sto offrendo ospitalità perché conosco le mie terre e conosco il tempo, quindi tutti i rischi che correreste stando fuori » lo ripete con tono deciso, unendo le mani dietro la sua schiena, e mantenendo una postura eretta, spalle larghe e petto in fuori. Quanto meno sembra dar ragione a Grace di questo, tanto che la donna bionda segue lo scambio dei due con un certo timore, stringendo la bocca e distogliendo ancora lo sguardo. Passano diversi momenti, lunghi attimi rotti solamente dai loro respiri e dallo scoppiettare del fuoco nel caminetto, tutto pare quietarsi, almeno fino a quando non è Darcy a rispondere, a dare la sua disponibilità per rimanere come ospite in quella dimora che l'esorcista conosce in chiave moderna. 
Grace si ritrova a farsi il segno della croce, appare visibilmente sollevata dalla situazione e si ritrova anche a sospirare debolmente « Sono così felice che rimaniate con noi… Vado subito a far preparare la stanza » fa una mezzo inchino, un passetto leggero tenendo le mani una contro l'altra e poi accelera il passo per uscire dal piccolo salotto, lasciando i due da soli.
Thomas segue il tutto in silenzio, sollevando poi un sopracciglio quando è Darcy a discorrere. Lo sguardo è penetrante, profondo e pare saperla leggere dentro benché non la interrompa. La Elmer potrà cogliere una certa freddezza al momento, un gelo che alberga in fondo agli occhi, nel suo modo di porsi, che vanno a ricordare un pò, il primo Demien, seppur una versione molto più spigolosa. Sta fermo nella poltrona, annusando l'aria piena dell'odore del linoleum. 
« Questa terra è antica e piena di antiche leggende e non dovreste lasciarvi trasportare troppo dall'immaginazione » tronca quasi subito la faccenda, seppur ascoltandola sempre e comunque « Avete detto che venite da Londra e che non sapete esattamente come vi siete ritrovata qui. Avete pensato al fatto che magari avete perso i sensi e che semplicemente qualcuno vi abbia rapito e portata qui per un motivo che al momento ignoro? » spiega lui con voce calma, cercando una risposta il più razionale possibile - come ci si potrebbe aspettare da un uomo di questo periodo - a ciò che è accaduto. Darcy continua a parlare, il Barone la lascia fare, seppur non creda a parole ciò che l'esorcista sta narrando a voce, i suoi gesti e il suo sguardo, paiono dire l'esatto opposto « Ma se siete convinta della vostra storia. Io non vi ostacolerò, Miss » la bocca dalle labbra sottili si allunga in un accenno di sorriso che si scioglie appena. Darcy potrebbe cogliere un velo di stanchezza che va ad appannare lo sguardo di Thomas, piccoli gesti che le rivelano parecchie cose « Ma se un vostro amico è scomparso, allora avrete il mio aiuto a disposizione e anche di quelli che lavorano per me. Qualsiasi sia la vostra storia, l'importante è salvare una vita in questo caso ».
Pare improvvisamente mostrarsi sorpreso quando improvvisamente, quel nome, quella descrizione gli strappano un'espressione impagabile. Corruga le sopracciglia, stringe le mani contro il bordo dei braccioli della poltrona e poi lo rilassa ancora. Grace ricompare proprio in quel momento ma ha ascoltato buona parte della discussione da dietro la porta d’ingresso del soggiorno. « Beh… da quanto tempo avete perso questo vostro amico? » chiede con un accenno di sorriso « Perché conosco una persona che corrisponde a questa descrizione ma è giunto qui da noi da sei mesi circa e da allora non è più andato via», è sempre Thomas a parlare e a non rispondere alle ultime domande di Darcy, relative alle cose insolite, o alle sparizione avvenute in zona.
✘ Darcy Elmer.
E lei rimane affossata nella poltrona: seduta di sbieco, le spalle basse e la schiena curva. Una posa che nessuna donna dell'epoca, almeno una donna ben educata e consapevole del proprio ruolo, oserebbe sfoggiare in presenza di altri. Altro indizio, dunque, del suo essere un pesce fuor d'acqua. Non trova risposta alla primissima risentita domanda del Barone. A occhi bassi, scuote mogiamente il capo e sospira. ‹ ... › Non un verso di sopportazione quanto un muto sforzo di raccogliere del sano buon senso. Fa presente a sé stessa che forse ― e diciamo forse! ― questo non è il momento più adatto per intavolare un acceso dibattito in merito a questioni storico-sociali. Vi sono una o due questioni un poco più urgenti.
Sente Grace parlare di una stanza da preparare. E mentre alza il mento ― un gesto appena percepibile, appena sufficiente a far posare i suoi stanchi occhi nocciola sulla snella figura della giovane ― e la osserva abbandonare il salottino, percepisce le proprie viscere annodarsi e ribaltarsi.
Prede un respiro. Adesso è da sola con THOMAS. L'attende una discussione privata ― per quanto breve.
Con visibile riluttanza, drizza il busto, smette di torcere le piccole mani brune e lascia che la proprie spalle si adagino contro l'imbottitura della schienale. Di istinto la mano destra torna a stringere il ciondolo regalatole da Demien, mentre lo sguardo si ostina a rifuggire la figura del Barone, ora seduto dirimpetto a lei, nell’altra poltrona. Lui le rimprovera di lavorare troppo con l'immaginazione. Parla di leggende e espone ipotesi basate sulla razionalità. Lei batte le palpebre, raggrinzendo la pelle attorno agli occhi, e schiaccia tra i denti la carne della guancia. Ma è quando Thomas le assicura di aver intenzione di ostacolarla che lei, finalmente, alza lo sguardo su quell'uomo austero. Il volto di lui è, allo stesso tempo, dolorosamente familiare e spaventosamente sconosciuto. ‹ Grazie... › Un mormorio sulle labbra screpolate.
Forse, vuol aggiungere qualcosa, ma le successive parole dell'uomo, unite al cambio d'espressione, catturano nell'immediato la sua attenzione. Il cuore accelera. Le palpebre sbattono, in fretta, ripetutamente. ‹ Dite sul serio? › ... ‹ Dov'è? Posso incontrarlo? › precipita. ‹ Ho assoluto bisogno di incontrarlo. Mi rendo conto che la mia descrizione possa... possa non essere delle più accurate, ecco. › Umetta le labbra: fatica, nel suo stato d'animo, ad adattare il proprio linguaggio a quello dei presenti. Si sente come un’attrice che ha dimenticato le battute. ‹ Devo vederlo di persona! › insiste. E dopo una pausa e un respiro: ‹ La faccenda del tempo è... è complicata ― temo. Ma è possibile che lui sia giunto qui prima di me. › Per quanto ne sa, la Creatura potrebbe benissimo aver sbalzato Ethan in un differente punto del tempo. Forse, tutte le persone scomparse sono finite in anni diversi. Un’ipotesi affatto rincuorante. ‹ E il tempo è di fondamentale importanza in tutta questa storia. Sopratutto perché io non ne ho da perdere! ›  Aggrotta la fronte. ‹ Non c’è altro che potete dirmi? › Non bada ad GRACE, appena ricomparsa nella stanza.
✘ Thomas Redwood & Grace Dickens.
Il Barone dal canto suo appare come una figura solida e ben definita all’interno di quel salottino piuttosto intimo. Il caminetto accesso continua a scoppiettare allegramente e solo il parascintille impedisce che il calore si riversi completamente ai piedi della stanza. Thomas appare dubbioso in questo momento, annaspano in lunghe pause colme di respiri e di battiti segreti, leggeri come il sfiorarsi di due ali di farfalla. Corruga la fronte, ruota il capo in direzione del calore infuso dalle fiamme, affossando gli occhi grigi al suo interno, nella vaga ricerca di un qualcosa fra le braci ardenti. Le labbra sottili vagamente tirate, pressate l’una verso l’altro, il leggero cipiglio della fronte e la mancina che viene portata all’altezza della bocca, indicano sul momento, una lieve preoccupazione. Un atteggiamento che l’esorcista – nel caso lo osservasse sia chiaro – riconoscerà assai simile a quello del suo compagno. Come due gocce d’acqua, come due gemelli separati alla nascita, vi sono forti similitudini tra il Barone Redwood e il suo discendente Demien, incastrato nel futuro. Per tutto il tempo non osserva Darcy, la rifugge in una certa maniera ma le concede tutto il tempo per riflettere, non è ben chiaro se lo faccia per educazione o perché abbia notato quando l’atteggiamento della donna sia bizzarro e fuori luogo al contesto in quale essi si trovano.
Grace è un’ombra svelta che scompare oltre la soglia dell’ingresso che conduce alla hall principale, i suoi passi saranno percepite per qualche istante, scomparendo per poi ricomparire lungo la scalinata, fino al piano superiore, lasciando i due giovani liberi di continuare a parlare apertamente, senza problemi. Il padrone di casa e la donna misteriosa giunta da chissà dove.
Cominciano a parlare, il volto del Barone ritorna su quello della dona, tenendolo fisso su di lei, lasciandolo scivolare verso il basso solo per un istante, quando è Darcy a stringere quel ciondolo. Incuriosito da quel gesto, con quel breve lampo nello sguardo, issa le iridi grigie per riposarle su quelle color caffè di lei. La ascolta, le risponde, tutto avviene in un batti e ribatti lineare, privo di qualsiasi emozione particolare. Il tono di voce di Thomas è sempre ritmico, impostato, come una danza vocale che ha studiato a memoria. È come stare di fronte ad uno di quei personaggi che si è studiati solamente dai libri, o di cui si è letto nei racconti, quel Barone famoso di cui lo stesso Demien ne aveva parlato con tanto interesse e vivace curiosità. Non si frappone fra ciò che la donna vuole fare, non ostacola i suoi propositi ma con una marcata gentilezza, le permette di usufruire della sua disponibilità. Finalmente, Darcy ha il coraggio di alzare lo sguardo su di lui, tutto dura solo un momento, un momento nel quale l’esorcista rivedrà chiaramente quella luce malinconica a grattare sul fondo dello sguardo del Barone. Increspa il taglio della bocca dritto, incurvandolo sugli angoli, un sorriso mite, gentile. Fa un piccolo accenno con il capo, senza rispondere e celandosi dietro un pensieroso mutismo. Pare che la stia studiando. Thomas risponde con fare alquanto tranquillo a tutte le domande dell’esorcista, facendo dissipare l’ombra del sorriso. All’irruenza della donna si contrappone la calma snervante del padrone di casa, a differenza di lei non pare avere troppa fretta, piuttosto si prende tutta la calma di questo mondo e di questo tempo. Annuisce una seconda volta, il volto appena reclinato in avanti, lo sguardo che si perde sul fuoco poi ancora su lei quando le domande arrivano una dietro l’altra assieme alle successive richieste. Le mani del Barone si stringono sui braccioli della poltrona, appaiono bianche e quasi prive di sangue, tanto che da vicino sarebbe possibile cogliere le sfumature delle vene sotto il derma sottile come la carta velina. Un grosso anello sita nel dito medio della mano destra, un anello con inciso uno stemma.
« Lo potrete vedere questa sera a cena » il respiro regolare gonfia il petto, una piccola pausa ancora prima di riprendere « E’ in città in questo momento, a fare delle commissioni per mio conto » di cosa di tratti il Barone non lo specifica, rimane immobile contro quella poltrona come fosse una statua, solo il volto si sposta di tanto in tanto, così come il calare delle palpebre sopra le orbite oculari. Non discorre eccessivamente, concede il minimo indispensabile a Darcy forse per calmarla, per tranquillizzarla proprio mentre Grace appare oltre la soglia dell’ingresso, con in mano un mazzo di chiavi e un sorriso appena accennato, studia il duo con una certa curiosità ma non li interrompe al momento, almeno non ancora, attende che Thomas risponda all’ultima domanda dell’ospite.
« Dipende da cosa vi interessa sapere, Miss » soppesa per bene le parole, sospira piano, poi ancora risponde con calma all’ultima domanda preposta. Fuori dalle pareti della Magione il vento comincia ad ululare in maniera sempre più forte, un forte peggioramento è in arrivo, proprio come ormai tutti quanti si stavano aspettando. Il fuoco allungava appena le loro ombre tremanti, proiettandole verso il pavimento, e poi lungo le pareti. « Ethan è arrivato come siete arrivata voi, a sorpresa, ma ha trovato un clima migliore. E’ un uomo piuttosto interessante. Molto saggio per la sua giovane età » fa una pausa ancora mentre adesso, è su Grace che volta lo sguardo e annuisce.
« La stanza è pronta, posso mostrarvela? » la biondina rimane in silenzio, le mani strette contro le chiavi, il sorriso dolce sul volto angelico mentre attende che Darcy, le rivolga la parola. 
✘ Darcy Elmer.
Potrà incontrare Ethan quella sera stessa: la notizia le viene comunicata e, per un attimo, sul suo viso par scorrere un raggio di sole. Solleva il mento, batte le palpebre, espira ― e il sole è già di nuovo tramontato. La calma non è mai stata la sua virtù. E sebbene la vita tra i ranghi degli Esorcisti abbia avuto il merito di rafforzare il suo sangue freddo, davanti ai pericoli soprannaturali e non, in questo momento non ha modo di essere davvero calma e lucida. Certo, ha lasciato saggiamente calare davanti a sé una maschera ― ma è una maschera sottile e coperta di venature. Venature che rischiano di trasformarsi in crepe a ogni minuto ― ogni secondo! ― che trascorre costretta in questa farsa.
Si passa una mano sugli occhi. Respira. Fa quel che può per tenere una certa distanza tra, tanto fisica quanto emotiva, dal Barone. Nei modi di lui c'è qualcosa che continua a provocarle quella sensazione all'altezza dello stomaco: un misto di disagio, nervosismo, inquietudine. Se solo lui non fosse così spaventosamente simile a Demien!
‹ Sì... decisamente maturo. Non posso negarlo › mormora. Si azzarda a considerare il dettaglio al pari di un indizio incoraggiante: forse l'Ethan di cui parla il padrone della magione è davvero il suo camerata ultracentenario. Poi, par tornare a riflettere sulla prima richiesta di Thomas: cos'è che desidera sapere? ‹ ... › Morde con perplessa delicatezza il labbro inferiore mentre gli occhi scuri vagano tra le fiamme che ardono nel caminetto. Giunge alla tacita decisione di mettere da parte le domande, per il momento. Pensa sia più saggio attendere di venir riunita con Ethan.
A questo punto, distratta dalla domanda di Grace, la nostra involontaria viaggiatrice nel tempo rivolge sguardo e attenzione alla donna. Si strappa a forza un cenno di assenso. Si alza in piedi: le braccia cadono ciondoloni lungo il tronco, sempre stretto in quel bustino dell'ingombrante abito scarlatto. ‹ Sì, grazie. › Occhieggia verso Thomas. ‹ Sempre che il padrone di casa mi accordi il permesso di ritirarmi. Non che non apprezzi la vostra compagnia, signor Barone, sia chiaro › biascica. ‹ Ma credo di aver bisogno di― › Cos'è che si ci aspetterebbe di sentire da una donna? ‹ ―di distendermi un poco. In ogni caso, suppongo che rivedrò anche voi, questa sera, durante la cena. › Di nuovo, si volta verso Grace. ‹ Prego. › Un paio di passi verso di lei, con la coda del vestito che si trascina dietro di lei. ‹ Fate strada. › Tanto per sottintendere che, a conti fatti, non sta attendendo proprio il permesso di nessuno.
✘ Thomas Redwood & Grace Dickens.
Il Barone mantiene su di lei lo sguardo, gli occhi grigi si perdono in quelli scuri cercando una luce, qualcosa di perduto forse. Pare diventare più attento sulla straniera quando lei non lo osserva, perciò si perderà parte dei moti velati dello sguardo, della contrazione muscolare del corpo, in quel leggero irrigidirsi come di qualcuno che sta per scappare. Le mani si arpionano contro il bordo dei braccioli rivestiti della poltrona, stringe per bene le dita, pressa i polpastrelli e per un breve istante pare diventare una statua. Sembra sempre sul punto di voler dire qualcosa, la bocca di dischiude ma nulla esce da essa se non della semplice aria per tirare un lungo sospiro. Il fuoco riscalda la parte sinistra del suo corpo, illuminando e rendendo la sua immagina più calda mentre la destra pare avvolta dalle tenebre, come se il suo corpo appartenesse ad entrambe, alle luci e alle ombre. Per qualche istante rimangono in silenzio, l’uno nello sguardo dell’altra, dura tutto un secondo e poi è lo stesso Thomas a distoglierlo rifuggendolo come al solito.
E lì, nel mezzo della discussione, prima dell’arrivo di Grace, prima che l’intimità venga rotta per il resto della giornata, il nobile sente la necessità di porgere una domanda semplice che apparentemente sembra poco attinente al loro colloquio. «Siete sposata?». Il tono della voce è calmo ma velato forse da una certa curiosità, lo sguardo si rigetta all’interno della mano della donna, cercando forse un segno, una fede in questo caso. Rimane in silenzio subito dopo, senza calmare lo sguardo, almeno fino a quando non è Grace a irrompere, a proclamare e a rivelare.
Grace che ha atteso nel mentre di questo breve scambio, allarga il sorriso in direzione di Darcy. Le guance paffute, gli occhi angelici e i boccoli biondi, conferiscono alla donna un aspetto piuttosto rassicurante. Thomas si solleva in piedi quando è Darcy a farlo poco prima, la buona etichetta non è cambiata e lui la esegue alla perfezione, con le mani che in fretta scivolano dietro la sua schiena, intrecciandosi e stringendosi con un certo vigore. «Certo che potete ritirarvi. Credo che un po’ di riposo vi faccia bene. Se necessitate di qualche cosa, non esitate a chiedere ai domestici. Sono a vostra disposizione» il tono è calmo, lo sguardo rinfrancante sebbene sul fondo degli occhi grigi vi aleggi sempre qualcosa che l’esorcista non riuscirà a mettere a fuoco. Annuisce verso di lei ancora una volta, poggia lo sguardo su Grace come per farle un cenno del capo e poi ancora risponde in un batti e ribatti piuttosto celere «Farò in modo di procurarvi dei cambi per i prossimi giorni. Grace, può occuparsene lei? ».
La ragazza si ritrova ad annuire verso Thomas «Ma certo. Possiamo andare» cinguetta verso Darcy sempre con quel sorrisetto e poi fa strada lasciando il Barone solo nel suo salottino alla luce del caminetto acceso. Superano senza difficoltà l’ingresso principale, ove una grossa scalinata di legno di noce conduce al piano superiore. La conformazione della casa è come l’esorcista la ricorda, quello che cambia è la mobilia benché certi pezzi antichi sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. Ci sono diversi quadri sparsi per la casa, fra cui un grosso ritratto di famiglia di quello che sembrerebbe essere il Barone in compagnia di una donna di aspetto gradevole ma piuttosto banale, probabilmente è la moglie. Il rumore dei passi viene accompagnato dal ticchettio delle chiavi che Grace tiene in mano e dal frusciare delle stoffe. «Queste scale sembrano non finire mai» ironizza appena mentre attraversano una serie di piccoli corridoi. La luce chiara della mattina si allunga sui tappeti, sul linoleum illuminando il piano superiore e rendendolo meno lugubre del piano inferiore. Non ci mettono molto a giungere a destinazione «Questa è la mia stanza. Sta accanto alla vostra così, se avrete bisogno di qualcosa saremo vicine». Le mani di Grace si muovono velocemente, catturano il mazzo di chiavi e ne tirano fuori una per consegnarla a Darcy. Una piccola chiave lavorata, tipica di quel periodo, apparentemente in bronzo. «La chiave della vostra stanza» gliele porge con un sorriso dopo aver aperto della stanza della canadese per mostrarle la mobilia e tutto il resto.
Si ritroveranno all'interno di una stanza di medie dimensioni, con la pianta quadrata, pavimento in legno e carta da parati a tema floreale. Vi è un letto antico, in ferro battuto con disegni dipinti su entrambe le testate, piuttosto alto e da una parte è possibile trovare un comodino che riprende i disegni del letto. Un grosso armadio sita da un lato del letto, sulla sinistra mentre sulla destra un comò. Non vi sono specchi ma solamente qualche piccolo quadro ritraente vecchi paesaggi. Una stanza semplice ma ricca allo stesso tempo. «Spero che vi piaccia» sorride «Vi presterò qualche cambio dei miei almeno fino a quando la tempesta non sarà passata e poi potremmo andare a York a comprare qualcosa insieme» l’idea sembra eccitarla parecchio mentre da una stanza poco distante le risatine di due bambini si fanno strade fino alle loro orecchie.  
✘ Darcy Elmer.
Le ultime parole del Barone giungono inaspettate. A dispetto del tono calmo dell'uomo, Darcy si sente colpire dalla domanda con la violenza di uno schiaffo. In questo frangente, è ancora seduta in poltrona: con grande sforzo mantiene il controllo del corpo, per evitare di irrigidirsi, mentre la mano destra per l'ennesima volta torna a stringere il ciondolo sul petto. Deglutisce. ‹ No. ›  risponde, parlando lentamente.  ‹ Non ho marito. › Ed è la verità; tecnicamente parlando.
Per sua fortuna, l'arrivo di Grace conduce la conversazione verso altri lidi:  ‹ Vi rangrazio › snocciola, alla volta del padrone di casa, abbassando lo sguardo sul vestito che a indosso. Sospira. In una remota landa del sua testolina confusa prende forma la consapevolezza di sentirsi elegante e a proprio agio quanto un TONNO IN SCATOLA. E dubita che un cambio d'abito possa migliorare la situazione. Persino la chioma, lunga e sciolta, le dà fastidio.
Ma, a conti fatti, i vestiti son l'ultimo dei suoi problemi.
Riesce, infine, ad abbandonare il salottino. Non l'abbandona, invece, l'inquietudine nata dall'incontro con il Barone, mentre cammina un passo e mezzo alle spalle di Grace; la segue docilmente, in silenzio, stordita da quel che la circonda. Occhi velati da una sorta di alienazione incontrano, qui e là, dettagli familiari: la successione delle stanze, gli intagli sulla balaustra dello scalone d'ingresso, la posizione di alcune vetrate, un paio di quadri visti in passato - o, per meglio dire, nel futuro. Quando il suo sguardo si posa un ritratto del Barone Redwood, affiancato da una figura femminile, la Canadese par rallentare il passo mentre sbatte più volte le palpebre. Ma il tutto dura un istante soltanto; un frangente troppo breve per destare sospetti in Grace.
Raggiungono il piano superiore: qui tutto appare un poco più luminoso del salottino, ma il chiarore del mattino non è di nessuno aiuto nel diradare la nebbia che avviluppa i pensieri di Darcy. Grace si ferma dinanzi a una porta e lei si ritrova con una chiave tra le mani; guarda la chiave, poi guarda oltre l'uscio aperto. Ed ecco la ‘sua’ stanza. Mentre le iridi color caffè scorrono la camera, e Grace annuncia con giubilo i progetti per i prossimi giorni… i tratti del viso si irrigidiscono: labbra serrate, mascella contratta, fronte liscia. Non ha mai ripreso colore, ma adesso ( probabilmente per via della luce naturale nella stanza) è ancora più palese quanto il suo colorito sia affatto salutare. La mano con la chiave viene spinta appena sotto al seno; l'altra s’aggrappa allo stipite. Darcy sembra sul punto di dare di stomaco o, peggio, di perdere di nuovo i sensi.  Uno, due, tre respiri. La presa sulla realtà va a intermittenza. Si sente come se le avessero passato il cervello in un frullatore. ‹ Mi dispiace… ho bisogno di un attimo › esala, a fatica. ‹ Non voglio essere maleducata, miss Dickens › una dichiarazione che suonerebbe maggiormente sincera se, poche ore prima, non avesse minacciare la poveretta con un forcone, ‹ posso chiedervi di lasciarmi da sola per un po’? Avrei solo bisogno di… di un bicchiere acqua. › Perché di té, alla fine, non ne ha mandato giù nemmeno una goccia; le fa male la testa e non è da escludere che i viaggi nel tempo abbiamo la disidratazione tra gli effetti collaterali. In ogni caso, le sente la gola arsa per la sete. ‹ E― › Lo sguardo va in cerca di un tavolo, o uno scrittoio, o qualsiasi altro mobile che possa contenere carta e calamaio ‹ ―fogli e inchiostro, se non è disturbo. › Coglie l'eco di risatine fanciullesche. Aggrotta la fronte. ‹ Ma… ci sono dei bambini, in questa casa? › … ‹ Il… il Barone è sposato? ›
✘ Thomas Redwood & Grace Dickens.
Il Barone porge la sua domanda, il volto sempre rilassato, bello e congelato in quel contesto storico ma lo sguardo vibra, si riscalda quando è Darcy e a fornire quella risposta con parole frammentarie, strappate quasi, lapidarie. Thomas rimane in silenzio per qualche momento, volge lo sguardo altrove, prima verso il pavimento e poi in direzione delle fiamme vive del fuoco. Sbatte lentamente le palpebre e sembra perdersi in chissà quale pensieri. Il tutto dura pochi istanti per poi ritornare al presente e alla loro conversazione «Bene» non che non sia spostata ma piuttosto una piccola affermazione «Al momento, siete in difficoltà. Non avete un bagaglio. Non avete qualcuno che vi tuteli, quindi ripeto, lasciate che vi offra la mia dimora e la mia protezione fino a quando non avrete risolto i vostri problemi» il tono è delicato mentre Grace accenna un sorriso dopo le parole di Thomas, stringe le chiavi e ancora non commenta. «Non vi intralcerò in alcun modo, sarete libera di andare e venire come vorrete… tempo permettendo» visto che fuori la tempesta è prossima e la neve diventa sempre più fitta. Fa un altro accenno permettendo finalmente a Darcy e Grace di separarsi mentre lui rimarrà ancora un po’ davanti al fuoco prima di riprendere le sue solite mansioni giornaliere.
Le due donne attraversano svariati ambienti, svariate tipologie di androni e stanze per giungere poi quella che sarà la stanza dell’esorcista per un tempo indeterminato. Grace da brava donnina premurosa e attenta, nota quanto il colorito prima e l’atteggiamento di Darcy sia affatto strano. Il volto si rilassa, corruga la fronte liscia e bianca e gli occhi azzurri si mostrano sinceramente preoccupati. Fa un passo verso di lei, poi sta per dire qualcosa ma è la straniera ad anticiparla « Chiamatemi Grace, mi farebbe molto piacere» cerca di levarsi di dosso quella nota etichettatura che la classe sociale e la buona cortesia spesso si fa carico. «Ma vi sentite  bene? Siete così pallida come un lenzuolo» ancora fa un piccolo passo ma la richiesta di Darcy le strappa un leggero mugugno prima e un accenno di assenso subito dopo «Certo… Gradireste anche qualcosa da mangiare? Dovete rimettervi in forze» con assoluta aria bonaria, quasi come se fosse una sorella perduta, la donna dai tratti angelici non fa altro che premurarsi che l’ospite stia bene. «Ho tutto quello che vi serve in camera mia, vi porterò il bicchiere d’acqua assieme all’inchiostro, ai fogli e ad un pennino » sorride e fa per voltarsi quando l’ultima domanda di Darcy la blocca, ruota il capo verso di lei e per un momento pare esitare, come se fosse un argomento delicato. 
Annuisce «Sono i figli di Thomas. Victoria e Matthew» si guarda intorno, in direzione del vociare fanciullesco e increspa la bocca in un piccolo sorriso «Lo è stato. Sua moglie è venuta a mancare qualche anno fa. Io non l’ho mai conosciuta. Quando siamo arrivati qui io e Klaus era già defunta da qualche tempo» spiega pensandoci un po’ «Un brutto male ha spezzato la vita di Mrs. Redwood.» sospira «Lui è un po’ restio a parlarne. Non ne parla quasi mai e quando lo fa, ne parla come se fosse un racconto» appare pensierosa ma chiaramente si è lasciata andare a questa piccola confidenza, poi scuote il capo subito dopo «Ah una cosa…» si inumidisce la bocca e poi riprende «In questa casa non ci sono specchi. Quindi, non vi stupite se non ne troverete» fa un piccolo inchino e poi si allontana in direzione del piano inferiore per raggiungere in un secondo momento le cucine, lasciando Darcy, libera di poter avere la sua privacy in quella camera avvolta nel silenzio mentre fuori dalla finestra rettangolare il vento comincia ad ululare sempre più forte.
✘ Darcy Elmer.
Seppur conservi il poco di lucidità necessaria a comprendere che buttar qualcosa nello stomaco potrebbe essere un azzardo, è pur vero che inizia a sentirsi debole. Se sia solo un effetto collaterale del suo attuale stato psicologico, o un vero e proprio bisogno di cibo, non saprebbe dirlo neppure lei. Perciò dinanzi alla nuova offerta, ancora con una mano sullo stipite e l'altra premuta sotto al petto, si ritrova ad annuire: un impercettibile movimento del capo accompagnato da un mugugno. ‹ Sì. Grazie. Qualunque cosa abbiate in cucina andrà bene, non voglio disturbare nessuno più del dovuto › recita, a voce sommessa.
Fiacca e stordita com'è, quando Grace le rivela l'identità dei bambini e accenna ad una defunta consorte, lì per lì Darcy non fa altro che registrare l'informazione e annuire una seconda volta; ma la fronte resta aggrottata e la ruga in mezzo alle scure sopracciglia appare più marcata nel momento in cui salta fuori la faccenda degli SPECCHI. Darcy dischiude le labbra, sul punto di chiedere qualcosa ― e invece vi rinuncia, limitandosi a rispondere all'inchino di Grace con l'ennesimo cenno del capo e guardarla sparire in fondo al corridoio.
SOLA con sé stessa e tutti i propri timori, la donna avanza nella camera; con una certa cautela, come a voler evitare di far rumore, chiude la porta alle proprie spalle. Avanza ancora: tre, quattro, cinque passi. Si ferma al centro della stanza: chiave stretta nel pugno e braccia a ciondoloni, si guarda attorno e null'altro. Zitta e immobile, osserva e ascolta. La camera è immersa nel silenzio, ma la casa è viva; fuori, il ruggito del vento suona come una beffa e una minaccia. ‘Sei bloccata qui’ ― sembra dirle. Riprende a muoversi, con la rigidità di un automa, avvicinandosi al tavolo che funge da scrittoio; vi appoggia sopra la chiave, distende le dite e striscia i polpastrelli sul legno scuro. Poi, la mano incontra gli intarsi lisci e freddi di un grazioso candelabro a due bracci. Darcy vi serra le dita attorno al base del candelabro e, senza un verso o una parola, come un contenitore troppo pieno che cede all’improvviso, la donna si volta di scatto e SCAGLIA il candelabro contro la parete opposta. Un tonfo e un clang contro il pavimento ― e gli occhi scuri della Canadese sono pieni di lacrime, i tratti distorti nella smorfia di chi sta sforzando di trattenere un pianto; respiri affannati e gemiti impercettibili sfuggono dalle sue labbra. Alla fine, arranca fino al letto e siede, cadendo di peso, sulla sponda dell’ampio materasso; ha la schiena curva, le braccia abbandonate in grembo e i capelli a nasconderle il profilo. 
QUESTA è la sua più grande paura divenuta realtà.
Sparire nel nulla, perdere ogni cosa e non poter neppure più comunicare con coloro che ama.
Non trattiene le lacrime, che adesso si staccano dalle folte ciglia nere e segnato la pelle accaldata delle guance. È un pianto silenzioso; e che non le impedisce di intrecciare un paio di accorti ragionamenti. 
Deve tornare a casa. Deve farlo. Deve. Costi quel che costi. 
I suoi genitori. Suo fratello. Demien. 
Deve tornare da loro.
Raddrizza il capo, tira su con il naso e si passa le mani sotto gli occhi, chiudendo le palpebre.
Sta vivendo nel terrore, sì. Ma non è detto che tutto sia perduto.
‹ Ethan. Devo solo aspettare di incontrare Ethan › ricorda a sé stessa, a mo’ di incoraggiamento. ‹ Insieme... troveremo una soluzione. › E nel frattempo? Nel frattempo ― decide ― non le resta che INDAGARE. Su tutto e su tutti. A cominciare da quelle faccenda degli specchi ― si sta di nuovo guardando attorno, mentre vi riflette sopra; e non appena avrà carta e inchiostro, metterà in ordine tutto ciò che riesce a ricordare del diario del Barone e dell’Inghilterra del 1860. ‹ Da questo momento in poi, sono Catherine. Catherine... ›
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darcyelmxr · 8 years
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―「tenuta redwood, yorkshire | 18 dicembre 1860 」
✘Grace Dickens & Thomas Redwood.
Una volta raggiunto il piano interno, è tutto in salita. L'ambiente è lo stesso che Darcy ha varcato solo un anno prima nonostante alcune mobilie siano diverse seppur ben curate e forse addirittura nuove. Tutto fa pensare a Demien, è la sua casa ma lui non c'è. Una certa amarezza potrebbe nascere in Darcy ma non deve demordersi perché in Grace pare avere trovato una persona gentile e pura di cuore capace di aiutarla. La donna, Grace, prende posto di fronte al caminetto acceso che rende i suoi capelli biondi animati e rossi per quei momenti in cui scruta il fuoco con tranquillità. La scruta per un istante, poggiando una mano sopra l'altro, con una certa eleganze. La bocca si increspa mentre lo sguardo si carica di tenera. Non vi è pietà solo una profonda bontà d'animo. Scuote il capo subito dopo mentre alcune domestiche sistemano la stanza ma senza curarsi di loro adesso. Appaiono e scompaiono per fare chissà che lavoro ma senza far rumore o disturbare, pare che siano particolarmente professionali in questo. Del resto, è pur sempre la casa di un nobile, ancora nel pieno del suo sviluppo.
« Non vi preoccupate » in tono caldo e armonioso è capace di tranquillizzare le persone, sta cercando di fare proprio quello con Darcy, cerca di instaurare un rapporto, almeno un minimo « Immagino che foste molto spaventata. Lo leggevo nei vostri occhi. Mi guardavate come se venissi da una stella lontana» ancora sorride mentre la cameriera finalmente porta del tè caldo con i biscotti al burro. Tutto viene poggiato e preparato proprio sopra un tavolino di legno. Il profumo dei biscotti e il calore del tè darà un po’ di tregua ad entrambe. Viene macchiato persino con un pò di miele, sempre che anche Darcy lo voglia.
« Catherine… Miss Catherine Elmer » ripete come se volesse vagliare quel cognome, alla ricerca di una qualche assonanza dentro la sua testolina bionda ma è chiaro proprio che non conosca nessuno con quel cognome e non associa nulla al volto della ragazza « Io mi chiamo Grace Elizabeth Dickens e vivo in questa casa assieme a mio fratello Klaus. Ovviamente, la casa non ci appartiene » guarda di nuovo il caminetto acceso sorridendo placidamente come se scavasse chissà dove lontano con i ricordi. « Siamo ospiti del Barone Redwood. Se non fosse stato per Thomas io e mio fratello saremo in mezzo ad una strada » non specifica che tipo di rapporto esista fra i due fratelli e lui, ma il tono della voce rivela quella nota di gratitudine sincera e priva di fondi oscuri. Prende la tazzina con la destra e avvicina con calma il suo bordo verso la bocca piccola ma carnosa, soffia appena e poi tira su un primo sorso. Socchiude gli occhi accennando un sorriso dovuto probabilmente a quel primo caldo assaggio. « E’ proprio quello che ci voleva, una tazza calda davanti ad un caminetto acceso. Cosa c'è di più confortevole in una giornata fredda come questa? » domanda con la vivacità tipica della sua giovane età, ma è chiaro che questa vita non le offra poi chissà quante emozione ma in effetti, in quel periodo, ricamo e pianoforte potevano essere considerati dei passatempi adatti ad una donna. Facile annoiarsi per qualcuna nata in un'epoca diversa, che offre mille opportunità di svago e di distrazione. Ha ascoltato con calma ciò che Darcy le racconta stupendosi visibilmente che provenga da così lontano.
« Avete fatto un lungo viaggio. Non ho mai conosciuto nessuno nato dalle vostre parti » continua a sorseggiare il suo tè come fosse la cosa più buona del mondo, afferra persino un biscotto e lo consuma con una certa lentezza, mangiandolo come fosse un uccellino Si stupisce ancora di più quando la notizia che la donna misteriosa non sappia come sia venuta qui, le fa sfarfalla gli occhi. Appare seria e dubbiosa per qualche istante. Corruga la fronte ampia e liscia e poi dopo aver studiato il fuoco per qualche attimo, le iridi cerulee ritornano proprio su quelle castane di Darcy. « E’ la prima volta che mi capita di affrontare una situazione del genere » rilassa il volto e riprendere a bere il tè « L'anno di grazia è il 1860. La data esatta è il 18 di Dicembre. Non manca poi molto a Natale » rivela con un sorriso ampio e luminoso, per Grace è il periodo più bello dell'anno. « Dopo parlerò con Thomas della vostra situazione. Sono sicura che acconsentirà ad ospitarvi senza problemi. Magari vi troverà anche un'occupazione in questa casa » ci pensa con calma poggiando la tazzina sul piattino e consegnandola alla cameriera che è rimasta lì vicino per ogni evenienza « Avete un'istruzione Miss Elmer? Sapete leggere e scrivere? » sembrerà una proposta assurda ma in quel periodo l'istruzione alle donne era qualcosa di élite. Le poche donne istruite erano gente con un ceto migliore dei poveri, il tasso di analfabetismo raggiungeva picchi vertiginosi quando si trattava proprio di donne.
Se non fosse che in quel momento, qualcuno appare d'improvviso nel salottino, una figura alta e snella, che indossa vesti completamente nere. Si dirige con calma in direzione della piccola libreria collocata alle spalle di Darcy. Una figura che Darcy mettendo a fuoco scambierà per Demien tanta è la somiglianza. Quest'uomo, dalla figura sfuggente è affascinante, è il barone di casa, che sembra essere intento ad ricercare chissà quale libro. Grace s'avvede della sua presenza poco dopo, si alza subito in piedi e fa quasi per richiamarlo con un semplice colpo di tosse iniziale, accompagnato poco dopo dalla sua invocazione « Buongiorno Thomas, ha dormito bene? »
Thomas che non si era reso conto della presenza di persone in quella stanza trasale. Si mordicchia un labbro, da una piccola pausa e sospira. Solo voltandosi in direzione di Grace si rende conto della presenza di una donna mai vista prima. Per cui si avvicina subito dopo, con un passo elegante e leggero, nemmeno fluttuasse nell'aria. « Mi hanno avvisato della presenza di ospiti. Sono stato maleducato nel presentarmi in questa maniera » accenna un sorriso in direzione di Darcy, probabilmente con l'intenzione di catturarne le mano per sfiorarla con la bocca per eseguire un perfetto baciamano inglese. « Sono il Barone Thomas Redwood ma vi prego, chiamatemi solamente Thomas. Non amo affatto titoli altisonanti. In questa casa, voglio che siano tutti miei pari » fatto al quanto strano. Darcy potrà notare, che non assomigli al suo necromante, ma che sia praticamente identico a lui in tutto o quasi. E’ più vecchio di qualche anno, più maturo come se fosse sulla quarantina ma non per questo appare meno affascinante, anzi, forse è come il buon vino, invecchiato è meglio. Persino il tono della voce è identico mentre lo sguardo si ammanta di quella malinconia che Darcy sa riconoscere, che ha già visto nel primo Demien, quello legato alla sua Rose.
✘Darcy Elmer.
Il fuoco, nel caminetto, scoppietta e il calore accarezza la pelle della Canadese. Ma il caldo si blocca all'epidermide e il sangue, ahi-noi, resta gelato: gelato dalla paura. Il fatto che adesso sia seduta, che il respiro sia regolare, che abbia iniziato a riflettere, e di conseguenza a parlare in modo ragionevole, non deve trarre in inganno. Il senso di terrore e straniamento la fanno ancora da padrone: i polpastrelli strofinano il ciondolo di Demien; la fronte rimane solcata da una lieve, ma persistente, ruga di angosciata perplessità; a tratti, lo sguardo castano scatta verso il lavorio delle cameriere, che vanno e vengono. Viene portato il tè. E la donna fissa il vassoio: ha le viscere sottosopra, non ci sarebbe da stupirsi troppo se dovesse dar di stomaco, perciò il gesto di sollevare piattino e tazzina, portandoli sulle ginocchia è una recita, una copertura, un movimento da automa. Gira due volte il cucchiaino, si accorge che le trema la mano e, allora, abbandona l’arnese sul piatto. Tutto il tè del mondo, e tutta la buona volontà di Grace, non bastano a calmarla realmente. Tuttavia ascolta con attenzione, mentre la ragazza si presente e spiega la situazione propria, del fratello, alla magione. Infine, al conforto del tè in una giornata fredda, Darcy riesce giusto a sollevare un angolo della bocca, per far affiorare un mezzo sorriso costipato.
Illustrata la sua presunta identità, attende in silenzio che Grace si raccapezzi e le dia le prime fondamentali informazioni. È il diciotto dicembre 1860. Lo stomaco sprofonda e le meningi si spremono, pur di recuperare quanto sa di quel preciso anno. Rovista e arraffa, nella propria memoria,  con lo sguardo fisso sul liquido ambrato.
1860. Il Canada è ancora colonia inglese e tale resterà per i prossimi sei anni. 1860. Abramo Lincoln è presidente degli Stati Uniti e mancano quattro mesi allo scoppio della Guerra Civile. 1860. Mezza Europa è in subbuglio, ma l’Impero Britannico è prospero. Ha una regina, un principe consorte tedesco (a cui rimane un anno di vita) e nove eredi; e al Parlamento il primo ministro è il liberale Temple, visconte di Palmerston. 1860. Il Barone Thomas Redwood è il padrone dell’omonima tenuta: Darcy sopprime un sussulto, comprendendo adesso che, se le date non la ingannano, il Thomas di cui continua a parlare Grace è il medesimo Thomas di cui le raccontò Demien. Il medesimo Thomas di cui lei ha visto foto, e ritratti, e ha letto il diario personale. All’improvviso, diventa di fondamentale importanza andarsene, perché una cosa le è chiara: non può e non deve interferire con la vita degli antenati di Demien, sia mai che una qualsiasi azione di lei dovesse portare alla non-nascita del suo fidanzato.
‹ Sì, io... io ho un’istruzione › risponde, svelta, e si allunga per riporre il tè, del quale non ha preso nemmeno un sorso, ignorando a bella posta la cameriera. ‹ E vi sono grata per la premura › dichiara, una mano sollevata e l’altra stretta al bracciolo della poltrona. ‹ Ma non posso rimanere qui. Devo tornare― › Indietro nel futuro. ‹ Devo ritrovare una persona. › Anche più di una, a voler essere sinceri. ‹ Ma ho bisogno di sapere una cosa: voi, miss Dickens, siete la prima e unica persona ad avermi vista, in quella scuderia, giusto? Prima che mi trovaste, avete notato qualcosa di... strano, di insolito, di innaturale nei pressi del posto? › ... ‹ E a chi avete detto che appartiene? Una nobildonna? › Parla sussurrando, animosamente; e le preme così tanto ottenere una risposta che non si accorge nell’immediato dell’entrata di un nuovo figuro: sta fissando Grace, tenendosi con la schiena curva in avanti ed entrambe le mani sui braccioli. Ma è questione di una frazione di secondo: Grace si alza e il movimento della donna, costringe la Canadese a ruotare il capo e allungare il collo.
Ed è così che il Barone Thomas Redwood entra nel suo campo visivo.
Il cuore prima salta un battito. Darcy resta pietrificata: seduta sulla poltrona, a guardare dal basso l’avo di Demien ― al quale rassomiglia come una goccia d’acqua, non fosse per l’abbigliamento e la lunghezza dei ricci capelli corvini. Il respiro è lento, le labbra sono dischiuse e i grandi occhi scuri agitati da un’emozione violentissima, la quale dona al suo viso bruno un’espressione difficile da decifrare. È spaventata? È un colpo di fulmine? È un infarto in arrivo? La risposta è a libera interpretazione dei presenti ― ma, la realtà, è che la situazione le fa impressione. Una brutta impressione. Era già al corrente della somiglianza tra i due Redwood, certo. Ma vedere il Barone in carne ed ossa, e sentirlo parlare ― udire la stessa voce di Demien carezzarle le orecchie ― è ben diverso dal guardare un dagherrotipo sbiadito.
‹ ... › Scatta in piedi e tira via la mano dalle dita del Barone. ‹ No. › Indietreggia. Svincola dietro la poltrona, come a voler mettere una barriera tra sé stessa e gli altri due. ‹ No... no... questo non va bene. Non va affatto bene. › Eccola che ricomincia: però, a questo giro, non sbraita e non minaccia. L’agitazione trema nella voce, nei gesti secchi, nel tono risoluto. Inspira. ‹ Gente: abbiamo un problema. Tanti problemi. › Mentre cerca, virtualmente, di muovere un paio di passi in direzione della porta del salottino, finisce con l’inciampicare ― di nuovo ― nel vestito, con conseguente scatto d’ira: ‹ E questo dannatissimo coso è il primo! › Prede un respiro e si getta in uno sproloquio che, non fosse per la situazione tragica, risulterebbe a  metà tra il comico e il ridicolo: ‹ Lo so che tutto questo sembra da pazzi, ma io adesso devo andarmene e voi dovete ― dovete ― dimenticare di avermi incontrato. Andate avanti con la vostra giornata, e con la vostra vita, esattamente come avreste fatto se questo incontro non fosse mai avvenuto. Io non sono mai stata qui, siamo intesi? Non è chiedevi troppo, in fondo? Vero? Vero? È solo un piccolo favore... › Già: un piccolo e tremendamente sospetto favore. ‹ Oh - e nel caso vi salti in mente: no, non sono ricercata da Scotland Yard. ›
✘Grace Dickens & Thomas Redwood.
Sembra davvero difficile immaginare una situazione come questa, sembra impossibile da vivere e la razionalità impone sempre che ci sia un'uscita, uno scherzo di qualche creatura ma attualmente tutto sembra essere così reale. Così vicino a quel ricordo. Tutto le ricorda Demien, la mobilia antica, l'odore forte del linoleum che si mischia con quello del té e dei biscotti al burro, uniti al calore del caminetto accesso, così identico a quello che conosciuto dall'esorcista. Forse è quel senso di familiarità a rendere la situazione ancora più straniante, è come essere dentro uno sogno, oltre lo specchio di una realtà che si conosce o che si è conosciuta in passato. Un viaggio nel tempo è qualcosa che l'uomo ha sempre inseguito, la possibilità di cambiare gli eventi, di salvare qualcuno che in passato si è amato. Eppure per una strana legge della fisica, si è sempre potuto dimostrare a livello di formule e calcoli, che è possibile solo andare avanti e mai tornare indietro. Ma invero, ciò è accaduto, e immaginate che cosa potrebbe succedere se si scoprisse la possibilità del viaggio temporale. Il fatto che gli Esorcisti non sapessero nulla di questa storia, dipende forse dal fatto che nessuno è mai tornato indietro per raccontarlo. Grace racconta la sua storia, l'ospitalità offerta dal Barone, fornisce informazioni tra un sorriso gentile e un sorso di té caldo che scorre all'interno del suo corpo per riscaldarne le viscere. Il ciondolo che Demien le ha regalato pare riscaldarsi maggior mente quanto questa lo tocca, è un calore confortevole che ha quasi il dono di lenire - seppur di poco - il suo stato d'animo.
La donna fornisce altre informazioni relative a quel periodo ma scavando nella memoria, Darcy, può ricordare parte di quello che Demien le aveva fatto leggere. Per cui, aprendo qualche cassetto, poco alla volta, lei si ricorderà alcune informazioni del Barone, ovvero che questo è il quinto anno della sua vedovanza. Che ha avuto due figli, ancora piuttosto piccoli, un maschio e una femmina ma di cui ora nomi ed età sfuggono alla sua memoria. Si accennava anche ad un'amante, una nobile, ma per età e tempi pare essere ancora tutto piuttosto fresco, i tempi non ancora maturi, forse questo è il periodo in cui comincia la sua conoscenza e il suo interessamento. I diari accennavano anche ad un grosso cambiamento, ad un segreto, ad un fatto avvenuto tre anni prima ma di cui lui non menziona mai apertamente ma fa solo riferimenti generici.
Cercando di ricordare ancora, il Barone pareva essere cambiato, non è dato sapere il fatto che abbia scavato così tanto dentro il suo IO ma forse un incidente, una caduta da cavallo, una situazione nel quale Thomas pareva essere stato dato per morto. Uno dei domestici, che era a cavallo con lui, aveva affermato di essere certo che il Barone non respirasse più prima di andare a cercare aiuto alla magione. Invece, al suo rientro dopo qualche ora, Thomas Redwood era completamente intatto, privo di ferite, pareva solamente stordito, quasi spaventato. Il medico disse che poteva aver sbattuto la testa durante la caduta, ma questo non spiega come mai non abbia riportato neppure una ferita. Il domestico era certo del suo, che fosse morto ma dopo un pò cambio idea, ritrattò la sua versione. Forse la paura o lo spavento potevano aver influito sulla sua lucidità.
Le domande che vengono poste a Grace vengono accolte con un sorriso, con il capo reclinato in avanti mentre le fiamme del volto rendono i capelli biondi di un rosso danzante. Si mordicchia un labbro, fa una piccola pausa e si prende il suo tempo per mettere insieme tutte le idee che le passano per la mente. « Ma non potete lasciarci, il tempo sta cambiando… » afferma mentre effettivamente « Avete smarrito qualcuno? Allora, non potete andare da sola. Avrete bisogno di una carrozza, di qualcosa di caldo da indossare e credo che dovreste parlarne con Thomas. Lui conosce alla perfezione queste terre e i dintorni, se ci sta qualcuno sicuramente lo troverà » Riflette ancora sulle domande e poi si ritrova ad annuire « Ero li già da un po’, aspettavo mio fratello. Quindi ad eccezione dei cavalli presenti, nessun altro sa di voi e comunque, è stato un rumore strano, come il ticchettio di un orologio piuttosto forte. Prima pareva lontano, poi nel giro di un minuto si è intensificato e poi ancora è scemato. Poco dopo siete apparsa voi, Miss » le sorride cercando di ripensare ad ogni minimo dettaglio di quelle ore trascorse. Non fa in tempo però a rispondere all'ultima domanda, che riguarda proprio la nobildonna e padrona dell'altra casa. Il Barone entra nelle loro visuali e tutto cambia.
Thomas si avvicina con il suo solito passo elegante, persino la camminata le ricorda quella del suo uomo, benché forse, adesso, appaia più cadenzata. I tratti belli ed affilati, vagamente incupiti dal tempo e dalle preoccupazioni. « Tutto bene, Miss? » la vede agitarsi e persino inciampare nel suo stesso abito, e a quel punto lui farebbe per porgersi in avanti, nell'afferrarla con un movimento lesto, per sorreggerla. « Vi prego, calmatevi. Qui siete al sicuro » la voce è sincera, calda e tremendamente familiare, persino quel tocco, quel modo di fare è qualcosa di doloroso da affrontare che le ricorda che il suo Demien non è lì. Il ciondolo sul petto le riscalda la pelle, pare quasi farsi incandescente vicino al Barone ma senza ustionarle la pelle. Lo stesso Thomas si ritrova a fissare il ciondolo, incuriosito ma dura tutto un attimo, che gli strappa un'espressione seriosa e interdetta. Qualcosa di difficile da capire. « La mia casa dista molte decine di miglia dal centro abitato più vicino » York all'epoca non era vasta come adesso, quindi il discorso di Thomas ha piuttosto senso anche per lo stato agitato di Darcy. « E stasera ci sarà una festa, è il compleanno di uno dei miei figli e mi piacerebbe che voi rimaniate come mia ospite. So che può sembrare strano, ma vi prego, non vi farò alcun male. La tempesta è alle porte. »
Grace assiste alla scena in silenzio, scrutando prima Darcy e poi Thomas. « La Signorina, deve ritrovare qualcuno » è la donna a parlare per supportare l'agitazione dell'esorcista « Ma farla uscire nella neve, da sola, mi sembra una follia, Thomas » gli occhi di Grace si fermano sul padrone di casa e poi slittano velocemente ancora verso la straniera.
Il barone si ritrova ad annuire con un cenno vigoroso del capo. « Sarete mia ospite, Miss e non cambierò idea. Vi aiuterò a ritrovare chi cercate e non sono abituato a sentirmi rifiutare qualcosa. »
✘Darcy Elmer.
Nel momento in cui il Barone si fa cavallerescamente avanti per salvarla da possibile capitombolo, la donna si ritrae di due o tre passetti; quanto basta per sottrarsi al contatto con l’uomo, nemmeno avesse davanti un untore. Trovandosi così, in un certo senso, interdetta la via verso la porta, Darcy arretra per tornare dietro alla poltrona. Serra le mani sulla spalliera. Le nocche sono livide e le dita fredde, in contrasto con il calore del viso. Un calore che par estendersi fino al petto: non capisce che il ciondolo è, almeno in parte, la fonte della vampata. ‹ No. Certo che non ci siete abituato. › ... ‹ Siete un ricco uomo bianco. › C’è una sottile, rabbiosa e totalmente spontanea presa per i fondelli nel modo in cui stira un sorrisetto, inclina il capo di lato e stringe le palpebre. La voce ha il sapore di chi sta rinfacciando un torto a qualcuno. E di gratitudine nemmeno un briciolo.
Inspira ed espira. Vuole andarsene, sì. Vuole tornare dove tutto è iniziato: nella scuderia. Vuole cercare indizi. Una traccia. Una pista. Qualsiasi cosa. Sopratutto, vuole sapere che fine abbia fatto Ethan. Allo stesso tempo, però, a malincuore ammette che Grace Dickens ha ragione: avventurarsi da sola, a piedi, in un territorio che non conosce, senza abiti adatti, senza cibo, tra la neve e il freddo è effettivamente da pazzi. E poiché lei non si chiama Napoleone, e non vuole marciare alla conquista della Russia, deve scendere a compromessi.
Inspira ed espira. Al momento, non può agire da sola. Le serve l’appoggio degli autoctoni. Lo capirebbe anche un idiota. Ma dovrà stare attenta ― attentissima ― a non lasciare ombre della sua presenza in quel preciso momento storico.
La mano sinistra abbandona la poltrona e si stringe a pugno attorno al ciondolo; le sembra che il metallo sia stranamente tiepido contro il palmo ma l’osservazione viene messa da parte prima da un pensiero, poi da una domanda. Demien ha realizzato il ciondolo: se Ritorno al  Futuro le ha insegnato qualcosa, fin quando il ciondolo non scompare nel nulla, può essere certa di non aver accidentalmente cancellato Demien dalla storia. Infine, perché il ciondolo è il solo oggetto che il viaggio non le ha sottratto? Che sia protetto da qualche incantesimo da Necromante?
Si muove piano, trascinandosi dietro i fruscii delle balze. Aggira il lato della poltrona e crolla di peso sul sedile, torcendo il busto di lato. Pianta un gomito contro il bracciolo e si regge la fronte con la mancina, mentre l’altra mano penzola dal suddetto bracciolo. Un sospiro esasperato le gratta la gola, trovando la strada tra la labbra screpolate. ‹ Va bene. › ... ‹ Resterò. › Pausa. E poi: ‹ State a sentire, signor Barone. › Il suo inglese, per quanto abbia assorbito con gli anni la cadenza di Londra, è sempre meno pulito; non nasconde di essere una straniera che mastica una lingua non sua. ‹ L’ho detto poco fa alla signorina Dickens. Non ricordo come sono arrivata qui, nello Yorkshire. › Di nuovo, una pausa. La mano sinistra raggiunge la destra  e le dita iniziano a strofinarsi tra di loro, come a ruotare e toccare gli anellini che indosserebbe di solito. È un riflesso. È il gesto che ripete sempre quando è nervosa e cerca di contenersi. ‹ Io vengo da Londra. Ed è questa l’ultima cosa che ricordo. Ero a Londra. Con un uomo. Un amico. Eravamo in un bosco, di notte, in cerca di una persona scomparsa. Io avevo persino una rivoltella con me. › ... ‹ E mi rendo conto che quello che sto per dirvi sembra una roba da puntata di romanzo di appendice, eppure a un certo punto, qualcuno ― qualcosa ― si è avvicinato, tra gli alberi. Ha parlato di un gioco. Poi, anche io ho sentito il ticchettio di un orologio― › Alza lo sguardo su Grace. ‹ ―e poi voi. Mi avete svegliata. › A quanto pare, non le importa un fico secco di inquietare i due dipingendo uno scenario da penny dreadful.
Né le importa che la prendano sul serio. Lo dice senza mezzi termini: ‹ Non pretendo che mi crediate, va bene? Vi chiedo solo di non intralciarmi. Voglio dire... se davvero volete aiutarmi, allora vi ringrazio. Ma non sentitevi obbligati a immischiarvi nella faccenda. Ve lo dico di nuovo: meno avete a che fare con me e meglio è per tutti. › Mentre parla non rivolge mai ― mai, nemmeno una volta, nemmeno per un istante ― lo sguardo sul Barone. Quando non guarda Grace, guarda le proprie mani o il pregiato tessuto che riveste la poltrona. ‹ Il mio amico ― è la persona che devo ritrovare. Per quanto, non so se sia anche lui nei dintorni. › ... ‹ Il suo nome è Ethan. Dimostra trentanni. Alto più o meno quanto voi, Barone. Ha la carnagione chiara e la mascella forte. Occhi e capelli castani. Ed è, probabilmente, confuso quanto me... › ... ‹ A proposito › Aggrotta la fronte. ‹ Per caso... avete sentito parlare, in tempi recenti, di altre persone trovate a vagare... così, confuse? Perse? Strane persone... che parlano e si comportano in modo― › vorrebbe dire anacronistico, ma si limita a un generale: ‹ ―insolito? ›
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