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#Daniela Gerosa
lovingarmpits · 11 months
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Mili Hidalgo - Daniela Gerosa Photoshoot
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minhamemoriasuja · 4 years
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Joachim Sleper Fotografia: Daniela Gerosa
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marcogiovenale · 3 years
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artiste italiane e immagini in movimento
artiste italiane e immagini in movimento
Il volume si propone come contributo alla storicizzazione e alla lettura critica delle artiste italiane in relazione al cinema sperimentale e alle arti elettroniche, dalla seconda metà degli anni Sessanta a oggi, con particolare attenzione ai temi dello sguardo femminile inteso come antiegemonico e sovversivo, del ruolo delle donne negli apparati produttivi, della specificità dell’autorialità…
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napoleonfour · 3 years
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Photographer & Stylist: Daniela Gerosa Web: www.danielagerosa.com IG: @danielagerosaph HMUA: Daniel Pérez-Astorga IG: @danielperezastorga Model: Mili Hidalgo IG: @mili.hidalg
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Daniela Gerosa
#daniela gerosa #fashion photography #fashion editorial
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theatlasmagazine · 6 years
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I PREFER A GIRL HERO // theatlasmagazine.com Photographer / Daniela Gerosa @danielagerosaph Stylist / Anaelle Claudet @anaelle.cdt HMUA / Giulia Varvello @varvellogiulia Model / Nubia Santos @rnubia_santos
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Espumante Garibaldi Moscatel conquista premiação máxima na 10 Star Wines
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Avaliação promovida por sommeliers e jornalistas, durante a 2ª Wine South America, voltou a consagrar o rótulo, em meio a 90 amostras de vinhos tranquilos e espumantes Com quase 70 premiações somente neste ano, a Cooperativa Vinícola Garibaldi voltou a ter um de seus espumantes como protagonista daquele que é considerado o maior evento profissional de vinhos da América Latina. Realizada em Bento Gonçalves no final de setembro, a 2ª edição da Wine South America consagrou, mais uma vez, o Garibaldi Moscatel, que venceu como o melhor espumante doce na premiação 10 Star Wines. A avaliação foi coordenada por Marcel Miwa, editor de vinhos da revista Prazeres da Mesa, e reuniu um time de especialistas formado por 11 sommeliers e jornalistas. Às cegas, eles degustaram 90 amostras de vinhos tranquilos e espumantes que estavam expostas na feira. Uma das categorias mais elogiadas pelos jurados foi justamente a dos moscatéis nacionais, que reuniu exemplares de nível elevado. Em 2019, além deste reconhecimento “em casa”, o Espumante Garibaldi Moscatel – eleito o melhor do Cone Sul no ano passado – já acumula medalhas em concursos como o Vinalies Internationales e o Citadelles du Vin, ambos na França, e o Vinus, na Argentina, onde ganhou um Ouro Duplo, sendo condecorado também no Thessaloniki International Wine, na Grécia. O empenho em elaborar espumantes de alta qualidade não se reflete positivamente apenas nos prêmios conquistados: no primeiro semestre deste ano, as vendas da bebida produzida pela vinícola, em seus mais variados tipos, tiveram um incremento de 50%, na comparação com o mesmo período de 2018. Até o final do ano, considerando também os sucos e vinhos, o aumento na produção deve chegar a 20%, alcançando 18 milhões de litros. “Sem dúvida, a melhor parte de receber premiações como as que temos conquistado nos últimos anos é saber que estamos no caminho certo, entregando aos apreciadores de espumantes rótulos de padrão superior. Isso faz com que possamos evoluir ano a ano, contribuindo também para que a produção brasileira e da Serra Gaúcha seja cada vez mais valorizada”, conclui Maiquel Vignatti, gerente de marketing da Cooperativa Vinícola Garibaldi. Os avaliadores do 10 Star Wines – Revista Prazeres da Mesa: Ricardo Castilho, Marcel Miwa, Alexandre Rodrigues e Alexandre Bronzatto; – Blog do Vinho: Roberto Gerosa; – Vida Gourmet: André Prado; – Sommeliers: Manoel Beato (Grupo Fasano), Juliana Carani (Ristorantino), Daniela Bravin (Sede261), Gabriel Reale (Flemings); – Enóloga: Paula Guerra Schenato. Sobre a Cooperativa Vinícola Garibaldi A história da Cooperativa Vinícola Garibaldi começou a ser escrita em 1931, pela união de diversas famílias de agricultores como alternativa para vencer as dificuldades econômicas do país na época. Atualmente, são 410 famílias associadas, localizadas em 15 municípios da Serra gaúcha. Seu portfólio tem 70 produtos distribuídos em 12 marcas, entre espumantes, vinhos tintos e brancos, linhas de exportação, frisantes, filtrados, sucos de uva e opções orgânicas e biodinâmicas.
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myanhedonia · 5 years
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All the fruits of summer C-Heads Magazine Photography by Daniela Gerosa
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paoloferrario · 7 years
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A CIAOCOMO IL SALUTO DI TRE ASSESSORI DELLA GIUNTA LUCINI: Lorenzo Spallino, Savina Marelli, Daniela Gerosa - giugno 2017
A CIAOCOMO IL SALUTO DI TRE ASSESSORI DELLA GIUNTA LUCINI: Lorenzo Spallino, Savina Marelli, Daniela Gerosa – giugno 2017
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colospaola · 6 years
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Biagio Proietti, sceneggiatore, autore, regista, negli ultimi anni ha pubblicato romanzi gialli ma principalmente il suo nome è comparso in molti lavori in televisione o al cinema.
Per il cinema horror ha firmato alcune sceneggiature, come Black Cat (Il gatto nero) del 1981, diretto da Lucio Fulci, film basato su un soggetto che lo stesso Proietti ha tratto da un racconto di Edgar Allan Poe, con protagonisti Patrick Magee e Mimsy Farmer.
In televisione il suo primo successo è stato Coralba, una miniserie in cinque puntate di cui ha firmato il soggetto e la sceneggiatura, con la regia di Daniele D’Anza e protagonisti Rossano Brazzi, Valerie Lagrange, Mita Medici e Glauco Mauri.
Un’altra miniserie di 6 episodi fu Un certo Harry Brent, da un soggetto di Francis Durbridge, interpretato da Alberto Lupo, Stefanella Giovannini, Carlo Hintermann, Ferruccio De Ceresa, Claudia Giannotti.
Il 23 febbraio 1974 la Rai trasmise in quattro puntate Ho incontrato un’ombra, diretto da Daniele D’Anza e scritto da Biagio Proietti, con Giancarlo Zanetti, Laura Belli, Beba Loncar. Ma il suo sceneggiato di maggior successo fu senza dubbio Dov’è Anna?, un giallo di sette puntate diretto da Piero Schivazappa, creato e scritto (soggetto e sceneggiatura) dallo stesso Proietti e da Diana Crispo, interpretato da Mariano Rigillo, Scilla Gabel, Pier Paolo Capponi, Teresa Ricci, fu il primo sceneggiato italiano di gran successo, visto nel 1976 da qualcosa come 24,6 milioni di telespettatori, con il record di 28 milioni per l’ultima puntata.
Sempre di Proietti è la sceneggiatura di Philo Vance, miniserie di tre romanzi per 6 puntate protagonista Giorgio Albertazzi, regia di Marco Leto.
Come autore e regista ha firmato Storia senza parole, premiato dai giornalisti televisivi come miglior film Tv nel 1981 e presentato in molti festival cinematografici, e Sound un film tv in 2 puntate con Peter Fonda.
Ha scritto molto romanzi, fra i quali citiamo Dov’è Anna? (tradotto in albanese), Una vita sprecata, Io sono la prova, Chiunque io sia e La prima domenica di giugno.
Signor Proietti, come si definirebbe?
Cito le parole di un grandissimo come John Ford che dichiarava di essere un artigiano con gli stivali, io non ho mai portato gli stivali ma sono orgoglioso di essere un artigiano che ha costruito con passione i suoi lavori. Credo che il problema della società italiana sia stato quello di sminuire e persino distruggere la grande categoria degli artigiani, nel campo dello spettacolo troppe persone dopo un film o un libro o una fiction si considerano grandi autori e alla seconda opera spariscono.  Io nel 2018 sto festeggiando 60 anni di carriera avendo cominciato a lavorare quando avevo 18 anni.
Quando ha iniziato a interessarsi al mondo della sceneggiatura nell’ambito televisivo e cinematografico?
Ho detto in molte interviste che da ragazzo, negli anni cinquanta, la scoperta del mondo della cultura è stata attraverso la radio che allora aveva una posizione superiore a quella che poi ebbe la televisione dagli anni sessanta in poi. Altra passione il cinema – merito dei miei genitori che lo amavano e ricordo  mi portarono a vedere Roma città aperta quando uscì nelle sale. Avevo cinque-sei anni- e il teatro, allora era davvero troppo caro per le nostre tasche. Cominciai ad andare molto spesso a teatro quando divenni maggiorenne, a diciotto anni, e così potei far parte della claque, un’organizzazione che smistava in tutti i teatri gruppi di persone, di varia età, per far scattare l’applauso in certi momenti precisi, così scoprii Peppino de Filippo che aveva un suo teatro adesso purtroppo chiuso, Il teatro delle arti, e un grande come Dario Fo. Con i miei esigui risparmi, andavo a vedere Eduardo e il Piccolo di Milano, troppa concorrenza per ottenere di andare gratis con la claque. Queste passioni si svilupparono all’inizio in una forma maniacale di archivista: cominciai a riempire quaderni, alcuni li conservo ancora – dove compilavo filmografie, elenchi di autori e direttori di musica e di teatro. Infine cominciai a scrivere le inevitabili poesie (ho smesso a venti anni) e racconti ma subito compresi che la vera passione era il cinema, la televisione che a quei tempi ancora non si conosceva. Il primo televisore mio lo si acquistò nel 1956, se non ricordo male, e la nostra casa si riempiva di gente che veniva a vedere Lascia o raddoppia?
Le prime cose che feci concretamente nel mondo dello spettacolo furono legate alla mia passione per il cinema, diventata per fortuna una notevole competenza critica e storica, nonostante la giovane età, per cui quando m’iscrissi all’Università di Roma, dove mi sono laureato in giurisprudenza, anche se non ho mai esercitato, cominciai a occuparmi del CUC (Centro Universitario Cinematografico), uno degli storici cineclub romani, per il quale feci programmi e scrissi schede, che ancora conservo. Poi mi occupai del FILMCLUB, uno storico cineclub che al cinema Planetario faceva proiezioni di capolavori rari e che per questo attirava non solo il pubblico degli appassionati ma anche degli autori di cinema. Così ne conobbi molti, da Luigi Di Gianni, grande documentarista, a Francesco Maselli, del quale divenni assistente alla regia e poi aiuto e poi anche autore di soggetti e di sceneggiatura. Fino a volare con le mie ali.
Come ha conosciuto Daniele D’Anza?
Facendo l’aiuto di Maselli per due film (Gli indifferenti e Fai in fretta a uccidermi…ho freddo con Monica Vitti, di cui scrissi il soggetto e la sceneggiatura), conobbi Oscar Brazzi fratello di Rossano e organizzatore generale della Vides di Franco Cristaldi, per il quale scrissi la sceneggiatura di un film, Salvare la faccia diretto da Rossano con il nome di Edward Ross. In tv era stato un grande successo Melissa tratto da Durbridge e la Rai chiedeva a Brazzi e D’Anza di fare un nuovo sceneggiato, allora cominciavano a nascere i primi telefilm prodotti con tecnica cinematografica per la Rai ma fuori dai suoi studi, così i Brazzi mi chiesero di scrivere un soggetto da proporre: io scrissi una storia lunga Per amore di Carol che la Rai acquistò come romanzo inedito (l’ho pubblicato ampliato e rivisto come E-book per la Delos da due anni ed è ancora in vendita, per chi volesse leggerlo) e così conobbi Daniele D’Anza con il quale scrissi la sceneggiatura. Lui era uno dei re della televisione, io un ragazzo di 27 anni pieno di speranze e di fame, sia di lavoro sia di successo. Da quel momento diventammo amici e scrivemmo insieme tanti successi, fino al triste anno della sua morte, il 1984. Sono lieto di aver scritto con un grande giornalista, ottimo scrittore e adesso nella rara categoria dei miei amici-fratelli, Mario Gerosa, un libro Daniele D’Anza- Un rivoluzionario della Tv dove abbiamo sottolineato la grande importanza di un regista e sceneggiatore eccezionale, a volte dimenticato, come accade spesso purtroppo. Coralba fu un grosso successo in Germania, Francia, Svezia (a colori) e anche in Italia dove usci i primi di gennaio del 1970, in bianco e nero. Da qui cominciò la mia carriera televisiva: il potente direttore degli sceneggiati di Rai Uno Giovanni Salvi mi chiamò per scrivere la versione italiana di Un certo Harry Brent tratto da Francis Durbridge, per il quale lui voleva coinvolgere in un giallo il divo televisivo per eccellenza, Alberto Lupo, ma all’attore non piaceva il personaggio proposto, così Salvi mi chiese di lavorare sul testo, di avere un’idea tale da convincere l’attore, io ci riuscii, facendo di Harry Brent, che nell’originale inglese era solo un nome nel titolo, si parlava molto di lui ma non si vedeva mai, il vero protagonista della storia con un finale tragico che giustamente fece scalpore. Alberto disse di sì, così nacque un grandissimo successo ripetuto l’anno dopo con Come un uragano e soprattutto una grande amicizia. Alberto era un grande attore non solo un divo e un uomo eccezionale che seppe anche superare i traumi violenti e dolorosi di una malattia terribile.
E’ stato difficile adattare i romanzi di Francis Durbridge?
Quelli di Durbridge non erano romanzi ma serie televisive che lui scriveva per la BBC con puntate di 20/25 minuti, una misura che in Italia non esisteva, perché la prima serata richiedeva opere che durassero almeno un’ora, così fu per La sciarpa e Paura per Janet raggiungendo il massimo del successo con Melissa ripetuto da Giocando a golf, una mattina gli ultimi tre riscritti da Daniele D’Anza che ne fece anche la regia. Io fui chiamato per Un certo Harry Brent poi ho ripetuto il successo con Come un uragano fino al mitico Lungo il fiume e sull’acqua, dove cambiamo il titolo, The other man, e persino il colpevole, oltre che molte altre cose della trama. Tre enormi successi che mi permisero di affermarmi come un autore gradito dal pubblico, con la possibilità di portare avanti un discorso personale di giallo ambientato in Italia, con tutte le sfumature possibili passando dalla love story di Ho incontrato un’ombra alla serie realistica Dov’è Anna al fantastico La mia vita con Daniela. Il lavoro che io e gli altri autori italiani, che hanno lavorato su Durbridge, facevamo consisteva in un vero e proprio lavoro di sceneggiatura, considerando le serie inglesi come soggetti che andavano non solo allungati ma ampliati nella trama, arricchiti con personaggi nuovi, con soluzioni diverse dagli originali anche nel meccanismo giallo, basti pensare che in Lungo il fiume ho persino cambiato il carattere del protagonista e il colpevole.  Al punto che dopo non volli più farne altri, perché per me un ciclo si era concluso. Devo riconoscere che il pregio di Durbridge è quello di costruire una macchina gialla molto efficace e di agganciare il pubblico con belle sorprese, alla profondità dei personaggi ci abbiamo sempre pensato noi, approfittando anche di avere a disposizione ottimi attori, poiché si trattava di grosse produzioni destinate ad avere indici di ascolto molto alti, per quel che mi riguarda tutti oltre i venti milioni di pubblico
Nella Rai di quegli anni si respirava un clima molto più propenso alla sperimentazione nel contesto delle miniserie televisive…
Io preferisco usare il vecchio termine di sceneggiato che all’inizio stava a significare opere tratte da romanzi, poi comprendeva anche gli originali, cioè le opere scritte appositamente per la televisione come molte delle mie. La prima cosa che va sottolineata è l’alta qualità media di tutti i lavori, dovuta alla buona se non ottima scrittura, a regie a volte lente, anche per colpa della vecchia tecnologia e del montaggio su nastro a 2 pollici, ma in ogni caso molto efficaci e in grado di stringere un forte contatto con il pubblico, per finire con uno standard di recitazione di ottimo livello, dovuto alla partecipazione di attori che lavoravano soprattutto per il teatro, come si vedeva e si sentiva. E poi c’era il coraggio di sperimentare generi e stili non solo in settori sperimentali ma anche nei lavori destinati, in prima serata, al grosso pubblico. Se pensiamo al genere giallo è stata proprio la televisione a lanciare il giallo italiano, contribuendo all’apertura, anche in campo letterario, fino ad allora dominato dalla letteratura anglosassone, a romanzi non solo scritti da autori italiani ma ambientati nel nostro paese.  Lo dice uno che è considerato un maestro del giallo televisivo ma anche di quello letterario. E non me lo sto dicendo da solo, ovviamente, ormai me lo ripetono in tutte le salse, anche con premi alla carriera e targhe quasi commemorative, e sono felice di averlo potuto fare godendo di una libertà che aveva regole e limiti forti sul piano politico e censorio, ma aveva il coraggio di provare sempre nuove strade perché, anche se non c’era concorrenza sfrenata, tutti aspiravano ad avere il massimo ascolto del pubblico, che spesso coincideva anche con l’indice di gradimento.
So che ha anche lavorato nel medium della radio, c’è una differenza profonda tra scrivere per la radio e la televisione?
Chi fa questo mio mestiere, se è un artigiano onesto, ha uno scopo, qualunque sia il mezzo che sta usando in quel momento: raccontare una storia e tenere il pubblico inchiodato davanti a schermo cinema o televisione oppure a una radio. Una delle cose più gravi che ha fatto la Rai è stato di eliminare dai suoi palinsesti tutto quello che, in mezzo secolo, è stato uno dei punti di forza: la prosa radiofonica sia che se intenda quella scritta appositamente o adattando romanzi famosi oppure mandando in onda classici di teatro.  Per ragioni di concorrenza e della disgraziata teoria che il pubblico non ha tempo per seguire un programma di prosa ha ridotto la radio a uno juke box di musica e di notizie, con tante parole inutili in libertà. Le rispondo più direttamente con un esempio: con Diana Crispo mia partner abituale abbiamo scritto Tua per sempre Claudia un originale radiofonico in molte puntate, che è stato tradotto in francese e trasmesso in Belgio, dove ebbe un tale successo che ci chiesero di fare una versione televisiva: noi curammo il testo, che rimase molto simile a quello radiofonico, con un solo spostamento fondamentale: l’ambientazione a Bruxelles invece che a Roma. Qualche anno dopo anche la Rai decide di farne uno sceneggiato televisivo. cambiando il titolo in Doppia indagine e l’ambientazione per motivi produttivi fu spostata a Genova, città meno sfruttata dal punto visivo. Ebbene in questi passaggi fra radio e tv ci sono stati adattamenti ma la sostanza della storia e soprattutto i dialoghi sono rimasti quasi gli stessi perché erano la parte migliore di quel lavoro. In fondo chi scrive non è altro che la vecchia nonna che, una volta seduta vicino al camino, raccontava storie che sembravano favole ma invece era un modo per insegnarti a vivere.  Anche facendoti paura.
Da dove ha tratto l’idea per Dov’è Anna?
Nella letteratura crime o gialla, come la definiamo noi italiani, schematizzando ci sono due scuole: quella inglese, con la caposcuola Agata Christie, dove il meccanismo giallo predomina rispetto all’introspezione della realtà e della società; quella americana, l’hard boiled, dove il realismo della scrittura serve a far emergere le violenze e le incongruenze di un mondo difficile, spesso dominato dalla criminalità. Due modi di guardare il mondo, diversi di sicuro, forse opposti, io ho sempre preferito la letteratura americana e i miei maestri sono sempre stati Raymond Chandler (del quale feci, come autore e come regista, un adattamento radiofonico in otto puntate per otto ore di programma de Il lungo addio con un cast eccezionale, da Arnoldo Foà a Ileana Ghione)  e Dashell Hammett al quale ho dedicato un testo teatrale, incentrato sui mesi di carcere che lui fece per colpa della caccia alle streghe del Maccartismo. Tutto questo per dire che quando, dopo i successi ottenuti con storie più tradizionali, ho finalmente avuto la possibilità di imporre una mia scelta, proposi alla struttura di Rai Uno con la quale lavoravo, l’idea di fare un originale televisivo in molte puntate basato su un tema giallo – la scomparsa di una donna e la ricerca che fa di lei suo marito – ma teso a sviluppare temi scabrosi e drammatici della realtà italiana, di solito affrontati in trasmissioni culturali o giornalistiche da seconda serata, qui invece elevati a storie da prima serata, destinata ad avere un grosso pubblico, anche se non ci aspettavamo la risposta che fu eccezionale: una media per le sette puntate di quasi 25 milioni di spettatori con il record di 28 milioni per l’ultima puntata quella dove si svelava che cosa era successo ad Anna, tale da meritare addirittura le prime pagine sui giornali.
Io che ho inventato la serie e scritto le sceneggiature di tutte le puntate con Diana Crispo, mia partner abituale, (non solo nel lavoro ma è anche mia moglie) mi sono spiegato il successo per le stesse ragioni che ci avevano spinto a scrivere questa storia: il pubblico i riconosceva nei personaggi, nelle situazioni drammatiche che non erano avulse dalla realtà, ma riguardavano la vita di tutti noi (la difficoltà di adottare bambini, la situazione dei manicomi in Italia, le difficoltà della vita quotidiana di una coppia, che all’improvviso venivano portati alla ribalta da una storia che, nello stesso tempo, aveva i ritmi e gli stilemi di un racconto giallo. Mi dispiace che c’era un’ottava puntata che non fu mai realizzata, con la motivazione dell’eccessivo costo, ma la verità era che per l’epoca era troppo audace, perché parlava di prostituzione. Quando sempre nel 1976, abbiamo pubblicato il romanzo tratto dalle sceneggiature per un’importante casa editrice come la Rizzoli, la puntata mai andata in scena fu invece il corpo centrale del romanzo che aveva l’inizio e la fine identici alla versione televisiva, ma aveva un sapore più realistico e malinconico. Un bel romanzo a mio avviso.
Recentemente ha adattato alcune delle sue sceneggiature, come La mia vita con Daniela e Dov’è Anna, in una serie di romanzi, il passaggio da un medium all’altro è stato complesso da elaborare? 
Non per correggerla ma il romanzo Dov’è Anna è uscito nel 1976 pochi mesi dopo la fine del teleromanzo e fu un buon successo, anche se i lettori conoscevano già l’esito della storia.  Un paio di anni fa un editore giovane, la 21 edizioni 0 ci chiese di ristamparlo, noi ci rimettemmo mano lavorando soprattutto sullo stile di scrittura rendendo ancora più secco e realistico, lasciando intatta la storia e soprattutto l’epoca di ambientazione. Dagli anni settanta a oggi la tecnica ha creato innovazioni, basti pensare al cellulare, che modificano molto la nostra vita quotidiana e cambiano il modo di ricercare una persona scomparsa, quindi la storia di Anna andava lasciata in quell’epoca e in quella società italiana di allora.  Il lavoro è andato bene e ha creato anche una versione albanese Ku este Ana? pubblicato l’altro anno, spero con successo.
Sempre nel 1976 anno ottimo per me e Diana, pochi mesi dopo Dov’è Anna? in televisione creò successo e scalpore La mia vita con Daniela, una storia misteriosa basata su l’altra faccia della realtà quella che non si vede e spesso proprio per questo non si capisce. Il tema ci sembrava talmente affascinante che decidemmo di farne un romanzo cambiando il titolo nel più esplicito Chiunque io sia dove una donna s’interroga sulla sua vera identità e sulla possibilità che cose che riteniamo assurde e impossibili possono succedere anche a noi, cosiddette persone normali. Il ritratto di una donna che ci affascina e ci coinvolge sia se ci appare sugli schermi televisivi sia sulle pagine di un libro.  Continuo a ripetere che le storie, quando sono valide, non sono influenzate dal mezzo di comunicazione, importante è conoscere le differenze dei vari linguaggi e sapere agganciare il pubblico, coinvolgendolo. Non è una regola generale ma se uno sa scrivere per il cinema e per la televisione o per la radio sa anche scrivere romanzi, basta dedicare più tempo allo stile di scrittura, ma se questo è condizionato dalla tua capacità di raccontare per immagini non è un difetto ma anzi un pregio. Mi piace quando il lettore mi dice che, mentre leggeva, vedeva la scena. Io ne sono felice, non amo la letteratura che si arrotola su se stessa e ha un respiro corto. Personalmente ho sempre trovato divertente e affascinante raccontare una storia, con linguaggi differenti, mi sembra una sfida che vale la pena affrontare e vincere. A volte mi sembra di esserci riuscito.
Crede che la Rai, con il passar del tempo, si sia standardizzata troppo, producendo serie su temi ormai usurati, come la famiglia e il giallo di stampo classico?
Il difetto sta nella serialità che produce per antonomasia ripetizione e nella fedeltà tardiva a m modello americano di serie a episodi che in Usa hanno in parte abbandonato, per seguire il modello europeo italiano e francese. Cioè il romanzo sceneggiato in poche puntate, la cosiddetta miniserie, facilmente ripetibile se ha successo, con seguiti sempre strutturati però in forma di romanzo. La differenza sta nello spessore che si dà alla trama e ai personaggi: nelle serie a episodi da un lato ci sono i protagonisti che hanno storie personali e caratteri ben definiti ma vengono investiti da vicende sempre diverse che hanno respiro corto anche per la necessità di risolversi in pochi minuti per lasciare il passo a altre storie. La struttura del romanzo televisivo è la stessa di ogni romanzo letterario e varia a seconda del genere ma permette di offrire un panorama vasto e differenziato; in Italia dove siamo stati i re di questo genere abbiamo finalmente ricominciato a fare qualcuno ma ci vuole tempo perché le cose migliorino: gli autori di oggi si devono adeguare a regole diverse, gli attori della fiction attuali sono molto carenti e la dimostrazione è data dagli esempi al contrario: quando ci sono attori del calibro di Zingaretti, di Marco Gialini e testi nati da romanzi il successo non manca. Io sono ottimista, la ripresa ci sarà anche se si continua nell’errore di non sfruttare i cosiddetti maestri, ultimi superstiti. Il mio è un conflitto d’interessi, spero di potermelo permettere.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Scrivere tante altre storie soprattutto per la letteratura perché per la televisione sono considerato vecchio, ma la cosa non mi fa arrabbiare molto perché quelli che la dirigono ai vari livelli sanno poco di televisione ed è più interessata a inseguire il pubblico, il segreto dei dirigenti degli anni sessanta era che loro il pubblico lo creavano, con il lancio di proposte molto varie fra loro. Si viveva in regime di monopolio ma la concorrenza non è sempre sinonimo di benessere e di felicità.
Io adesso mi occupo soprattutto di diritto d’autore, sono stato nel consiglio di gestione della Siae per quattro anni, adesso vedremo se con le prossime elezioni qualcosa cambierà, la cosa pericolosa è che stanno cercando di inserire la concorrenza anche nel campo della tutela del diritto d’autore e questo è un male non un bene, perché alla fine lede i sacrosanti diritti degli autori. Il nostro diritto non è una merce ma è un valore sacro: la libertà di creare.
Io continuo a scrivere libri per il gusto di farlo, mi godo che fra qualche mese uscirà un volume dedicato alla mia opera, scritto da persone che stimo e che considero amici, mi batto per i diritti degli autori, anche a livello internazionale il che mi permette anche di fare bellissimi viaggi e di conoscere nuovi amici, infine cerco di vivere al meglio. Mi rende felice lo stupore che leggo negli occhi della gente, quando, dopo avermi visto in azione, scoprono la mia età.
In realtà sono molto vicino ai sessant’anni di carriera e ho cominciato che ne avevo diciotto. Fate i conti …
I grandi sceneggiati Rai: domande a Biagio Proietti Biagio Proietti, sceneggiatore, autore, regista, negli ultimi anni ha pubblicato romanzi gialli ma principalmente il suo nome è comparso in molti lavori in televisione o al cinema.
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vulkanmag-blog · 7 years
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"LONDON GIRL" by Daniela Gerosa An exclusive for VULKAN. See full story at http://www.vulkanmagazine.com/london-girl-daniela-gerosa/
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instafashionfix · 7 years
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BLOOMSDAY // theatlasmagazine.com Photographer / Daniela Gerosa @danielagerosaph Stylist / Sinéad O’Reilly @sineadroisinoreilly MUA / Polina Perminova @polinamakeupinstructor Model / Georgina Waters @georgeee_ Model Agency / NotAnother Agency @notanotheragency
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Daniela Gerosa
#daniela gerosa #fashion photography
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theatlasmagazine · 6 years
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I PREFER A GIRL HERO // theatlasmagazine.com Photographer / Daniela Gerosa @danielagerosaph Stylist / Anaelle Claudet @anaelle.cdt HMUA / Giulia Varvello @varvellogiulia Model / Nubia Santos @rnubia_santos
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Espumante Garibaldi Moscatel conquista premiação máxima na 10 Star Wines
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Avaliação promovida por sommeliers e jornalistas, durante a 2ª Wine South America, voltou a consagrar o rótulo, em meio a 90 amostras de vinhos tranquilos e espumantes Com quase 70 premiações somente neste ano, a Cooperativa Vinícola Garibaldi voltou a ter um de seus espumantes como protagonista daquele que é considerado o maior evento profissional de vinhos da América Latina. Realizada em Bento Gonçalves no final de setembro, a 2ª edição da Wine South America consagrou, mais uma vez, o Garibaldi Moscatel, que venceu como o melhor espumante doce na premiação 10 Star Wines. A avaliação foi coordenada por Marcel Miwa, editor de vinhos da revista Prazeres da Mesa, e reuniu um time de especialistas formado por 11 sommeliers e jornalistas. Às cegas, eles degustaram 90 amostras de vinhos tranquilos e espumantes que estavam expostas na feira. Uma das categorias mais elogiadas pelos jurados foi justamente a dos moscatéis nacionais, que reuniu exemplares de nível elevado. Em 2019, além deste reconhecimento “em casa”, o Espumante Garibaldi Moscatel – eleito o melhor do Cone Sul no ano passado – já acumula medalhas em concursos como o Vinalies Internationales e o Citadelles du Vin, ambos na França, e o Vinus, na Argentina, onde ganhou um Ouro Duplo, sendo condecorado também no Thessaloniki International Wine, na Grécia. O empenho em elaborar espumantes de alta qualidade não se reflete positivamente apenas nos prêmios conquistados: no primeiro semestre deste ano, as vendas da bebida produzida pela vinícola, em seus mais variados tipos, tiveram um incremento de 50%, na comparação com o mesmo período de 2018. Até o final do ano, considerando também os sucos e vinhos, o aumento na produção deve chegar a 20%, alcançando 18 milhões de litros. “Sem dúvida, a melhor parte de receber premiações como as que temos conquistado nos últimos anos é saber que estamos no caminho certo, entregando aos apreciadores de espumantes rótulos de padrão superior. Isso faz com que possamos evoluir ano a ano, contribuindo também para que a produção brasileira e da Serra Gaúcha seja cada vez mais valorizada”, conclui Maiquel Vignatti, gerente de marketing da Cooperativa Vinícola Garibaldi. Os avaliadores do 10 Star Wines – Revista Prazeres da Mesa: Ricardo Castilho, Marcel Miwa, Alexandre Rodrigues e Alexandre Bronzatto; – Blog do Vinho: Roberto Gerosa; – Vida Gourmet: André Prado; – Sommeliers: Manoel Beato (Grupo Fasano), Juliana Carani (Ristorantino), Daniela Bravin (Sede261), Gabriel Reale (Flemings); – Enóloga: Paula Guerra Schenato. Sobre a Cooperativa Vinícola Garibaldi A história da Cooperativa Vinícola Garibaldi começou a ser escrita em 1931, pela união de diversas famílias de agricultores como alternativa para vencer as dificuldades econômicas do país na época. Atualmente, são 410 famílias associadas, localizadas em 15 municípios da Serra gaúcha. Seu portfólio tem 70 produtos distribuídos em 12 marcas, entre espumantes, vinhos tintos e brancos, linhas de exportação, frisantes, filtrados, sucos de uva e opções orgânicas e biodinâmicas.
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myanhedonia · 5 years
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