Tumgik
#o apro io o apre il gatto
mermaidemilystuff · 2 years
Text
Nulla mi son rimasti in testa sti stivaletti di Bata pure in sconto al 50 diopo
14 notes · View notes
Photo
Tumblr media
Parliamo al buio, l’unica luce sono i suoi occhi, i miei sono quasi sempre chiusi. Mi guarda, mi tocca le mani, accarezza il mio gatto. Quasi ogni sera arriva un po’ di neve, la giornata con gli altri finisce alle quattro del pomeriggio, non c’è più bisogno di uscire. Io prima di lei non avevo mai incontrato un essere umano capace di vedermi. Erano stati capaci di odiarmi e di amarmi, ma mai di vedermi. È bello vivere con una che ti vede. Da quando ho conosciuto lei ho smesso di spiare il mio corpo, non mi guardo più, ho tolto dalla casa anche gli specchi. Con lei ho smesso anche la mia attitudine al lamento, alla recriminazione. La mia vita è finalmente vuota e insignificante. Non devo dimostrare più niente a nessuno. Io e lei non facciamo niente. Lei racconta, io ascolto, lei mi guarda, io mi faccio guardare. Ogni tanto la guardo anche io, le accarezzo i capelli, guardo i suoi seni e poi torno con gli occhi chiusi, sento la casa, sento il tempo che passa insieme a lei, sento che l’universo sa tutto di noi, ci lascia fare, sento quello che sono e tutte le anime che ho passato, sento i miei primi respiri, aspetto i suoi gesti e i suoi gesti arrivano. Non ci tocchiamo molto, ci limitiamo a guardarci e ad ascoltare i suoni, le storie che vengono dai nostri corpi. I nostri corpi suonano o raccontano mentre ci guardiamo, i nostri corpi stanno alla luce o in penombra, distesi o in piedi o seduti, quello che accade è sempre diverso anche se facciamo sempre la stessa cosa, teniamo il tempo tra le braccia e cerchiamo di non farlo cadere. Capita spesso di avere grandi pensieri mentre la guardo e anche lei mi dice di avere grandi pensieri mentre mi guarda. A volte questi pensieri li diciamo ad alta voce e s’incrociano tra loro e vanno per strade strane, i pensieri fatti col corpo in amore sono diversi dai pensieri che vengono quando leggiamo un giornale. Una volta mentre le accarezzavo la schiena ho pensato in modo così semplice da sentire il grande capogiro dell’universo. Lei mi porta in un mondo in cui c’è un solo attimo e in questo attimo il mondo si apre, si chiude, si offre, si nasconde, mi fa sentire le piante della casa, mi fa toccare il soffitto, fa scendere le nuvole nel camino, mi fa seguire una formica, mi mette nella sua testa e vedo il mondo da lì. Ora c’è il sole, sto mangiando la luce che entra dalla finestra, sto accarezzando l’erba che è fuori, nessuno sa che noi siamo qui, ora lei mi sta baciando, ora la sua lingua incolla le vertebre, non sono più un uomo a frammenti, non sono più una cosa sparsa in una terra rotta, sono nel mio fiato, sento le mie mani, piango, rido, divento una mollica di pane offerta a un passero, le mie ossa si sono rimpicciolite, stanno scomparendo, lo scheletro non mi serve, io devo solo piangere e ridere per il resto dei miei giorni, io devo solo vedere, ora ho gli occhi sulla pianta dei piedi, ora finalmente so dove cammino, e se apro le braccia tocco sempre qualcosa, il mio corpo ha smesso di girare a vuoto.
franco arminio
2 notes · View notes
kon-igi · 6 years
Text
LONG WAY HOME - Capitolo Tre - Coraggio… fatti appendere!
Capitolo Uno - Il cavaliere Impallidito Capitolo Due -  Per un pugno di mosche
E così siamo arrivati alla fine di questa storia.
Con la bocca piena di sangue, una corda di canapa sporca che mi sta lacerando il collo e la luce che sfuma sopra i miei cristalli di parole strozzate.
Ma naturalmente non sono poi così troppo ansioso di descrivervi lo schiocco dell’osso del mio collo o, peggio, di una corda troppo corta che mi lascia soffocare e a pisciarmi nei pantaloni, perciò credo vi meritiate una spiegazione più dettagliata di questa sul perché io stia per tirare le cuoia. E pure male.
Basta tornare indietro di poche ore e…
Un peso sul ventre e i fianchi stretti in una morsa profonda. Buio. Sbatto gli occhi ma non c’è alcuna differenza. Buio, ancora. Mi rendo conto che sto trattenendo il respiro e allora lo esalo lentamente, quasi col timore che l’oscurità non voglia rendermelo.
E poi il peso su di me si muove e sento un altro respiro vicino alla mia faccia, capelli lunghi che mi scendono sulle spalle e mi solleticano la fronte, a fare in modo che due aliti diventino un anelito, protetti come da un giano bifronte che osserva se stesso.
Guarda – dice una voce che conosco così bene da sentirmi l’anima sanguinare e poi non è più buio perché fuori dai suoi capelli che mi proteggono il viso c’è una luce fioca… ma io non voglio vedere, desidero che rimanga ferma, che appoggi ancora la punta del suo naso al mio.
Guarda – ripete, se mai possibile ancora più dolcemente. Io stacco lo sguardo da quegli occhi, gli unici che mi abbiano mai salvato e nel buio vedo una porta che si apre su un bosco pieno di neve appena caduta, rischiarato da luce lunare, e oltre essa un uomo in compagnia di un lupo nero che mi osserva, in attesa del permesso per entrare.
NOI SIAMO KA-TET. NOI SIAMO UNO (DA/PER/IN) MOLTI.
Le parole sono nella mia testa e per quanto io le abbia comprese, pur sussurrate in una lingua arcaica e irripetibile, l’uomo non ha mai aperto bocca. Mi indica la stella appuntata sul petto, mi accorgo che non è una stella, ma sembra una spilla a forma di farfall…
Guardami – e il peso sul ventre si alleggerisce, i capelli smettono di proteggermi il volto e la donna da cui devo tornare mi lascia ancora.
No, NO! Ti prego! – mi sento il petto venir strappato via – Sto tornando! STO TORNANDO!
Giuda ballerino, che sceneggiata! – mi urla nell’orecchio una voce gracchiante che mi fa pulsare la testa come un Taiko in un Atsuta Matsuri di tedeschi ubriachi.
Apro brevemente prima un occhio, poi l’altro e li richiudo subito, sperando che il gatto che mi ha cagato in bocca smetta di usare il mio cervello come un tiragraffi. Sono sdraiato su un letto non troppo comodo ma l’ultima delle mie intenzioni è alzarmi o lamentarmi.
– Se stai fermo, Giuda Ballerino, finisco di prenderti le misure e poi ti lascio in pace! –
A giudicare dal bozzo che sento pesare in mezzo alla fronte, qualche monaco tibetano c’è andato giù pesante nel cercare di aprirmi il Terzo Occhio e quindi, tenendo serrati il primo e il secondo, cerco di fare conversazione col mio nuovo e colorito amico sarto.
Lo sapevi che l’esclamazione ‘Giuda Ballerino’ – gli faccio – si riferisce a quel fenomeno neurologico che accade alle persone impiccate a cui la frattura da strappamento di atlante ed epistrofeo causa una lesione del midollo spinale del tratto cervicale con conseguente spasmo tetanico intermittente dei quattro arti, simile a un ballo frenetico?
Aaarrr!!! – rumore di catarro rimestato dal fondo di due bronchi marci e poi – Eeeerrr… mmm… sì, lo so bene anche se mica uso quei paroloni grossi per dirlo.
Ah – mi stupisco – e come fa un sarto a sapere queste cose?
– Eerrr… perché… mmm… sono mica un sarto.
Apro gli occhi di scatto, preso da quel dubbio che il bozzo in mezzo alla fronte aveva tardato a far saltare fuori. Davanti a me c’è la brutta copia di Abraham Lincoln in versione fumeria d’oppio incendiata che mi guarda dal suo completo nero con tanto di cilindro e garofano finto penzolante dal bavero della giacca.
– Piacere, mmm… Simon Catskill. Proprietario dell’unica agenzia di pompe funebri di Old Knee-wounded One-eyed Back-crooked Under-whizzer Goldseeker’s Dusty Damned French Gulch e per cercare di rendere un servizio a basso costo per la comunità, pure l’unico boia. Errr… posso finire di misurare il girovita che forse ho una bara di pino poco usata a un ottimo prezzo?
Mi guardo cautamente intorno. Mozzicone di candela su uno sgabello, pitale arrugginito, branda durissima e sbarre alle finestre.
Ok… ero in un mare di merda fino al collo e i motoscafi attorno stavano facendo le onde.
Il tempo passa lentamente e non riesco a fare distinzione tra i cachinni delle campane che mi rimbombano in testa e i rintocchi di quella in bronzo della patetica chiesetta in legno poco lontana, chissà come scampata alle razzie dei Confederati mentre cercavano metallo per i loro cannoni.
Le mosche ronzano nel pitale mezzo pieno di succo di reni per poi cercare di posarsi sugli angoli della mia bocca piagata e arida. Se non si decidono a darmi l’ultimo pasto del condannato, a quel ramo sventolerò come una banderuola, altro che spezzare il collo.
Quando un rumore metallico mi dice che qualcuno sta provando ad aprire la poco oliata serratura della cella – strano, credevo che avrebbero gettato via le chiavi a furor di popolo – mi metto dolorosamente a sedere sul bordo della branda in legno e osservo il mio nuovo visitatore, scortato dalla vice-sceriffa che mi punta addosso il tremante Winchester.
Buonsgiorno, monsieur pistolero – mi saluta quest’omino paffuto e azzimato, come mille ne avrò già visti occhieggiarmi dal fondo di una latrina – mi fa piascere informarla che notre sieriffa Madame Bechdelia si sta riprendendo dal colpo vigliaccamente inferrto ma non potrà presensiare al suo proscesso. Bien! Madame Alison? Metta i sceppi a questo pistolero fuorilegge e lo conduca davanti alla giuria di suoi pari. A proposito… io sono Monsieur Beauchamp e je suis il sindaco di questa…
Fumante montagna di merda sparata dal culo di una vacca diarroica – lo interrompo, prima che inizi tessere le lodi di questo ulcerato sfintere d’amerdica. E già che il linciaggio m’ha disinibito la corteccia frontale, volevo dirle che mi sto trattenendo dal varare mezzo chilo di dirigibile marrone senza elica e timone, cosicché ne possa far dono più tardi alla folla come messaggio di commiato quando penzolerò dalla forca.
Di solito non sono così scurrile ma la mancanza di acqua e di cibo mi avevano fatto rivalutare la storia per cui un uomo a stomaco pieno ragiona più lentamente e che fame e sete aguzzino il cervello. Puttanate! Mi cadesse un occhio sotto una macina da grano se non desideravo affogarmi la faccia in un barile di Golden Grain Belt!
Il processo fu un grande trionfo della più illuminata delle giurisprudenze e infatti fui condannato all’unanimità per alzata di sputo cioè contandomi addosso il 50% più una delle rabbiose scatarrate della folla, con mio grande disappunto la stessa che poc’anzi era stata definita ‘di miei pari’. Forse sì, se si fosse andato a cercare tra i miei antenati del Pleistocene ma non avevo né il tempo né la voglia di stare a disquisire sulla bontà del suffragio universale, quindi tacqui e ringraziai di avere mezza candela di cera pressata in ogni orecchio così da non dover sentire i loro blandi e scontati insulti
Una bella impiccagione è uno spettacolo che difficilmente il popolo si perde e intorno all’albero – nemmeno la decenza di costruire un patibolo in legno come si deve – si era già riunita una selezione del meglio che questo buco di culo polveroso era riuscito a evacuare: oltre al sindaco mangiarane, potevo vedere quel mastrolindo del fabbro che per l’occasione si era portato dietro l’incudine e cantava Dixie’s Land battendo il tempo con la mazza, il proprietario dell’emporio col grembiule sporco di sangue – non so se per l’estrazione di un dente o per una barba mal fatta – il prete spaventapasseri, che temevo s’alzasse in volo tanto forte mulinava la mano nel fare il segno della croce e tutta una pletora di disadattati dei quali intuivo il mestiere dai vari attrezzi che si erano portati dietro per il mio granguignolesco linciaggio, nella remota evenienza fossi stato proclamato innocente.
Kitty, senti – faccio al boia che mi sta aspettando sotto all’albero con un cappuccio bianco in testa – credo tu abbia indossato quello sbagliato… oggi non è il venerdì della caccia al negro. – disappunto da parte sua e sventolio di cappuccio nero notte per un cambio veloce – E poi ti volevo chiedere due cose, se non ti spiace. Sono state impiccate molte persone a quest’albero? Eeerrr – fa lui, rimestandosi liquidamente il fondo del polmone – Ayeh, di sicuro! Ma nessun uomo timorato di dio… solo iniqui esseri egoisti e uomini malvagi e tiranni che minacciano da ogni parte il cammino dell’uomo tim…
– Sì, ok… può bastare così. Intanto grazie di aver occupato tutte le sedie dalla parte della ragione e poi un’altra cosa, forse più complicata: avete notato se gli uomini impiccati… ehm… ecco, se agli uomini impiccati venisse il pisello barzotto mentre penzolavano?
Naturalmente questa seconda domanda non piace al degno rappresentante del puritanesimo di frontiera ma il rossore sul volto e le narici dilatate valgono più di mille risposte. Incasso questa informazione con sollievo, sorridendo all’idea che il beccamorto credesse che volessi solo scandalizzarlo, e mentre mi immobilizzano le braccia sui fianchi con tre o quattro giri di fune intorno al tronco, di fronte alla botte vuota di melassa che avrebbe messo la mia testa all’altezza del cappio, smuovo la terra sotto l’albero con la punta dello stivale, finché non trovo quello che sto cercando.
Mastrolindo e Sweeney Todd si fanno avanti per prendermi di peso da sotto le braccia – Dio dei dannati! L’ascella ustionata, bifolchi! – e mettermi in piedi sulla botte barcollante, mentre il boia col cappuccio nero d’ordinanza mi stringe bruscamente la corda intorno al collo. Il prete comincia la sua tiritera ma io lo sento a malapena.
In piedi, a un passo dalle verdi praterie piene di pace, sto osservando la collina che sovrasta la città, dove in distanza posso vedere un cow boy vestito di nero che porta alla bocca un’armonica e comincia a suonare la vecchia ballata di commiato che ogni uomo che abbia mai indossato uno Stetson e cavalcato verso il tramonto conosce con struggimento
Let me tell you buddy, There’s a faster gun Comin’ over yonder, When tomorrow comes. Let me tell you buddy, And it won’t be long Till you find yourself singing Your last cowboy song. Yippee-ki-yi-yay When the roundup ends, Yippee-ki-yi-yay And the camp fire dims, Yippee-ki-yi-yay He shouts and he sings, When a cowboy trades His spurs for wings.
When they wrap my body In the thin linen sheet, And they take my six irons Pull the boots from my feet, Unsaddle my pony She’ll be itching to roam, I’ll be half way to heaven Under horse power of my own. Yippee-ki-yi-yay When the roundup ends, Yippee-ki-yi-yay And the camp fire dims, Yippee-ki-yi-yay He shouts and he sings, When a cowboy trades His spurs for wings. Yippee-ki-yi-yay I’m glory bound, No more jingle jangle I lay my guns down.
E poi il cavaliere scompare e io rimango lì, con la bocca piena di sangue, una corda di canapa sporca che mi sta lacerando il collo e la luce che sfuma sopra i miei cristalli di parole strozzate
…e che Dio abbia pietà della tua anima! – urla il prete, così forte da superare i miei tappi di cera.
Oh… dipende di quale dio stiamo parlando – e dopo aver sputato il mio sangue in un punto ben preciso del terreno, recito l’incantesimo che un vecchio Palero messicano di nome Pantera mi aveva insegnato molte vite fa.
TE LLAMO CON SANGRE PARA QUE TOMES LA SANGRE. ¡DESPIERTA!
Il mio sputo sanguinolento sembra evaporare nell’aria del mattino con uno scricchiolio funesto della terra battuta. Quel qualcosa che avevo sperato di trovare comincia ad agitarsi e a tendersi come un vecchio otre di cuoio bitorzoluto gonfio di liquore marcio: la radice di Mandragora, generata dallo sperma di un impiccato spillato negli ultimi attimi di agonia, aveva aspettato paziente di essere chiamata e ora esigeva il suo pasto. La cera con cui mi ero sigillato le orecchie a malapena scherma il Grido Maledetto che dissolve la ragione e l’Homunculus nato da essa rivolge allora le sue urla dissennanti alla folla frenetica, sradicando le sue appendici verminose e barcollando strusciante verso di essa.
Da dove vengo io per complimentarsi scherzosamente con una persona particolarmente intelligente si è solito dirle ‘Ti cola il cervello dalle orecchie’ ma dubito che quello che stava accadendo ai padiglioni auricolari degli abitanti di Old Knee-wounded One-eyed Back-crooked Under-whizzer Goldseeker’s Dusty Damned French Gulch avesse qualcosa a che fare con le funzioni corticali superiori.
Al primo sibilo lacerante dell’Homunculus nella loro direzione, la gente comincia a sua volta a urlare rabbiosamente, artigliando occhi, mordendo nasi e menando fendenti a casaccio con quanto aveva sotto mano. Una donna strattona verso l’alto la barba del marito e strappa con uno schiocco il pomo d’adamo dell’uomo, sputandoglielo subito dopo nella bocca spalancata, un contadino delirante le trafigge da dietro il cranio con una forca da fieno, presentando al mondo un doppio spiedino di occhi che paiono due marshmallow poco cotti con sciroppo di ribes sopra; colpi di zappa che scoperchiano crani, balli frenetici nella cavità addominale del prete con festoni di visceri roteati come fruste e rumore di ossa spezzate come bastoncini di zucchero nelle bocche di ninos golosi durante il Día de los Muertos. L’Homunculus urla ancora più forte, sovrastando il rombo dei pochi shotgun a pallettoni che stanno aprendo tra la folla corridoi di nebbia sanguinolenta, quando, improvvisamente, vedo l’enorme fabbro venire verso di me brandendo la mazza, con occhi folli e ricoperto di sangue come la trasfigurazione di un Thor che avesse appena fatto un’orgia con mille valchirie mestruate.
– Ti pianto la mazza nel culo e ti spoltiglio sull’incudine, prole del demonio! –
Questo non era previsto – penso preoccupato, piantando più saldamente i piedi sul barile di melassa che però ora mi pare meno stabile di prima. – Ho le mani serrate sui fianchi e di certo mi ci vuole tempo per venirne fuori! Idem per questo cappio insaponato male che già mi sta mezzo soffocando! Cazzo! CAZZO!!
L’energumeno solleva la mazza e vibra un affondo tanto forte da meritarsi il peluche più grosso di tutto il luna park ma un attimo prima dell’impatto irrigidisco il collo, salto via dalla botte con un balzo indietro e mi tolgo dalla traiettoria, lasciando il barile a sbriciolarsi sotto la furia metallica del maglio.
CRAAACK!!!
Con gli occhi fuori dalla testa e ben poca aria rimasta, mi do una spinta coi reni e ritorno a gambe tese verso di lui. Mastro Lindo ha ancora la testa chinata per seguire con lo sguardo la traiettoria del colpo fatale e l’ultima immagine che vedono i suoi occhi, prima che glieli spenga per sempre, sono due speroni lucidi e seghettati che invece di punzecchiare il placido fianco di un pony, affettano uova sode e procedono a scavare due solchi sulle tempie fino a scalpare via le orecchie che si aprono come due tende molli a mostrare il bianco dell’osso.
L’urlo che esce da quel volto martoriato è, se possibile, ancora più dilaniante di quello dell’Homunculus ma consapevole dei pochi istanti prima che la mancanza di ossigeno mi spappoli il cervello, aggancio il suo collo con entrambe le gambe come se volessi un lavoretto di bocca e con una dolorosa contorsione riesco a ruotargli attorno e salirgli a cavalluccio sulle spalle.
E qua comincia il più importante e difficile rodeo della mia vita.
Al fabbro sembra che abbiano appena infilato nel tubo di scarico una supposta al peperoncino cosparsa di granella di alluminio e vetro perché salta e scalcia come un giovane baio appena castrato ma io serro le gambe e cerco di resistere ai pugni che mena alla cieca verso la mia faccia. Fermo, coglione! – gli urlo nel timpano ma poi mi accorgo che l’orecchio flappeggia sulla mia coscia come un aquilone bagnato contro il fianco di un mattatoio e quindi mi sembra inutile cercare di farmi sentire.
Mando una veloce preghiera a Crom, l’unico dio che mi abbia mai ascoltato, e con un colpo secco pianto entrambi gli speroni nella trippa del tizio, agganciando con uno schiocco liquido entrambe le costole fluttuanti dell’omaccione, pronto così a farsi condurre come un grasso ronzino recalcitrante.
– E ora andiamo dove dico io, sperando che la corda sia abbastanza lunga per arrivare al tr…
SBAM!
Sì, era abbastanza lunga e le stelle da sceriffo che vedo davanti agli occhi e il mio braccio sinistro penzolante mi dicono che ho portato il bestione dove volevo, a fare quello che volevo… cioè a scatafasciarmi la spalla sinistra contro il tronco dell’albero.
Mentre Mastro Lindo rantola dissanguato per la lacerazione dell’aorta addominale e le sue ginocchia si piegano sempre di più, portandomi via il respiro, il braccio lussato mi permette di avere più spazio di manovra per tirare fuori quello sano dal triplo giro di corda e riuscire a… ecco! Libero! Un attimo prima sono lì ad allentare il nodo scorsoio e a sfilarmelo dal collo e un attimo dopo il metallurgico leviatano rende l’anima al demiurgo, crollando finalmente a terra. E io con lui, giusto in tempo, respirando come un mantice sfiatato.
La faccia schiantata nella polvere, la cera mista a sudore che mi cola sulle guance, dolore lancinante alla spalla e alla gola, al punto che lascio la saliva colare insieme al sangue dagli angoli della bocca piuttosto che deglutire… alzo lentamente la testa e vedo che l’homunculus sta finendo di saziarsi col sangue del sindaco Beauchamp, impalato sulla stanga di un carro ma con un’espressione di gioioso furore estatico congelata in faccia, nonostante il bowie arrugginito conficcato in mezzo ai testicoli.
E poi l’orribile creatura si blocca, sembra afflosciarsi e lentamente riprende aspetto e dimensioni della radice che l’aveva generata, scomparendo di nuovo nel terreno.
Non mi piace la carneficina che si stende davanti ai miei occhi e davvero l’avrei evitata, se solo mi avessero lasciato in pace. Ma sento che la storia non è ancora finita.
Mi volto di scatto, carico a testa bassa e
SBAM!
– AAAAHHHHH! MALEDIZIONE ETERNA! QUESTA VOLTA HA FATTO PIÙ MALE DEL SOLITO!
L’albero spoglio trema ancora per il colpo che ci ho dato contro per rimettermi la spalla a posto e con le lacrime agli occhi mi riprometto di cominciare ad avere più cura del mio corpo… magari non oggi ma da domani quasi sicuramente.
Monto in sella al mio fedele e amichevole Re Nero, che nitrisce un gioioso vaffanculo di ben ritrovato e senza avere la minima possibilità di strimpellare il mio banjo in maniera funzionale, mi avvio per la strada polverosa, cantando senza accompagnamento la vecchia canzone con cui ogni cow boy vorrebbe essere salutato prima dell’ultima cavalcata
Yippee-ki-yi-yay When the roundup ends, Yippee-ki-yi-yay And the camp fire dims, Yippee-ki-yi-yay He shouts and he sings, When a cowboy trades His spurs for wings.
Yippee-ki-yi-yay When the roundup ends, Yippee-ki-y…
CLICK-CLACK!
Già… – dico a voce alta, fermando il cavallo – Il rumore di leva scarrellata alle mie spalle mi dice che ancora una volta sono dalla parte sbagliata di un Winchester ‘Yellow Boy’ Modello 1866… – mi volto mooolto lentamente – Vero, Bechdelia?
La sceriffa mi tiene sotto il tiro del suo fucile, mentre il suo sguardo furioso da Tisifone è reso solo un filo meno che agghiacciante da una vistosa benda sulla fronte, che nasconde a fatica un bernoccolo di dimensioni aristoteliche.
Sai – continuo, tenendo d’occhio la canna del fucile ben salda in direzione delle mie palle – dovresti ringraziarmi per averti messo fuori uso per tutto il tempo dell’impiccagione. Il catering era davvero penoso e il pianista è andato in overdose da laudano dopo aver suonato la seconda canzone.
Bechdelia abbassa il fucile con quello che sembra… un sorriso? e lancia nella mia direzione una cosa che nella fretta di svicolare via dovevo aver lasciato indietro.
– Ammiro il coraggio con cui giri con quella dannata borsa blu e sarebbe stato davvero un peccato lasciarla agli sceriffi federali che da domani saranno impegnati a stampare e ad appendere il tuo bel musino barbuto in ogni buco di culo di villaggio sperduto. E poi qualcuno dovrà pur starti attaccato alle chiappe per dirti se davvero li vali tutti i soldi della taglia.
– Ma… e la tua città? I tuoi compaesani? Non senti di venire meno al debito che hai nei loro confronti? Cioè, verso i pochi rimasti?
– Verso chi, quei maschilisti porci sciovinisti al soldo del patriarcato? Che i dingo banchettino pure coi loro putridi resti! Io sono una donna libera e la libertà è mia e me la gestisco io!
Senza aggiungere altro, affianca il suo cavallo al mio e mi fa cenno di andare avanti – Prima le signorine.  
22 notes · View notes